Miriam, la donna-brezza che vive volando

Aveva lo sguardo stanco, le spalle basse e il procedere vacillante, fiera del suo incespicare, come chi di strada ne ha fatta tanta, seminandosi nel mondo, pezzo dopo pezzo, lacrime a traffico limitato, sorrisi fermi ai semafori. Adesso ogni tanto si abbandonava sulla panchina, con l’anima assetata e un cappello a incastrare i sogni, le malinconie e qualche capello troppo arruffato. Solo a vederla, le persone si addossavano alle vetrine e la piazza si svuotava in un attimo, come fossero tutti spazzati via da un vento incessante, o da una paura tremenda; i pochi più coraggiosi le camminavano intorno, senza neppure guardarla, come fosse stata un monumento ai caduti ormai dimenticato, o una fontanella chiusa da tempo, con qualche cartaccia e qualche scontrino addosso, a farle da contorno. Ma lei non si curava di essere sempre sola e aveva anche rinunciato a essere forte perché la paura le faceva una gran bella compagnia. Si trascinava pesanti borse piene zeppe di altri sacchetti, “ci porto dentro le mie ali, ragazza mia!”, mi aveva detto un giorno quando ho incrociato i suoi occhi e lei, emozionata, ha visto i suoi nei miei e s’era avvicinata l’indice alla bocca, appoggiandolo perpendicolarmente alle labbra, come per invitarmi a non svelare quel suo piccolo segreto. A nessuno, gliel’ho promesso.

Aveva una mano scarna, di chi non era stato abituato ad accarezzare, e due grandi borse sotto gli occhi, come chi, sognando troppo, s’è sempre svegliato malconcio.  Mi è sembrata una che si era sempre inventata la sua felicità e che non raccoglieva pensieri, per paura di doverci pensare. E aveva piccioni attaccati addosso, come fanno i ricordi o i rimpianti più impertinenti, che ti scrolli, ti scrolli con tutta la forza che hai, ma loro niente, rimangono lì, senza più forti, sempre più presenti: qualcuno sulla spalla, altri sulle cosce, tutti gli altri intorno. Ad aspettare che lei raccontasse loro di tutti i suoi muri alzati, di mura rotte a pugni e colpi di coda, di tutte quelle cose di cui lei non parlava però, per paura che raccontandole, le avrebbe rivissute tutte. E poi per lei i monologhi erano una cosa tremendamente seria: se ti dici una cosa, poi te la ricordi; e soprattutto devi crederci, devi crederci per forza. E lei di forza ormai ne aveva davvero troppo poca.

La “signora dei piccioni”, così la chiamavano, con una voce schifata, “la barbona”, o “quella là”, o “la senzatetto”, nel migliore dei casi, sperando però che morisse di freddo, una notte o l’altra. Una senza tetto contro tanti senzacuore, bella gara. Io sapevo si chiamasse Miriam, lei preferiva essere chiamata “Brezza”, come la chiamava suo marito, anni indietro, dicendole che lei era il venticello che aveva agitato il mare dei suoi capelli scuri. Un moro mare d’amaro amore.

E lei aveva dato un nome a ogni suo amico pennuto, che dividevano con lei pane duro, acqua e libertà. Uno, quello più tondo e altezzoso era “O”, poi c’era “V”, che aveva sempre le ali mezze aperte, a spiccare il volo; e anche “A”, il più timido, poi “R”, che voleva sempre viaggiare e scoprire tutto quello che c’era da scoprire, anche il senso del gioire della primavera; e anche “E”, con il becco sempre aperto, per prendere al volo briciole e tutto quello che non s’aspettava.

E lei se li trovava addosso di colpo, le bastava un fischio. Oppure guardava il cielo e gli alberi tutti intorno: si commuoveva appena a pensare a quanto costasse andare avanti senza alibi e senza rimedio, e cominciava a chiamarli tutti, che in pochi secondi eccoli qui, una massa scomposta di sogni pennuti. E se voleva che arrivassero in ordine come soldatini, le bastava urlare il loro nome in sequenza, “S”, “O”, “V”, “O”, “L”,”A”,”R”, “E”. E poi prendeva coraggio e li diceva tutti d’un fiato: “SOVOLARE!”. E sembrava che avesse anche lei due ali addosso e che la curva dell’orizzonte non fosse poi che lontana di qualche passo.

Aveva sempre camminato tra morte e rose, Miriam. Tra il per sempre e l’indifferente. Tra la verità e le stelle. E aveva paura di entrambi.  Ma poi s’era detta che la verità è semplicemente la normalità che ti senti addosso. Quattro stracci, qualche manciata di mangime e illusione, tutto qui insomma.

E del per sempre, s’era convinta di una cosa. E se l’era scritta su un foglio sgualcito, che teneva nella tasca sinistra del suo cappotto, su per giù sopra il cuore. Una lettera come una preghiera, come una promessa, come una bestemmia, una ricetta per vivere bene, un vademecum per non morire.

Leggi Miriam, leggi, anche se hai la voce strozzata.

<< Se ti fa paura pensare al “per sempre”, se ti terrorizza dirlo o anche solo immaginarlo e dare a questo un confine, se ti fa star male il tempo eterno, dì semplicemente “domani”. Sembrano così distanti, il “per sempre” e il “domani”, sembrano opposti: domani è il contingente, il toccabile, l’immaginabile; il “per sempre” è il lontano, l’inconcepibile, l’astratto contro il concreto, un concreto che ancora non c’è, ma che sicuramente arriverà. E invece, invece il “per sempre” come è fatto, dov’è, cos’è?
Allora, invece del “per sempre”, pensa al “domani”, se ti fa essere più tranquilla, se ti dà l’idea di aver tutto maggiormente sotto il tuo controllo.
Ma in realtà il “per sempre” non è che tanti “domani” messi uno dietro l’altro.
>>

Rileggi, Miriam, rileggi, è per il tuo bene.

 

Buona vita e buon volo, mia Miriam. Che son poi la stessa cosa, non trovi?

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