Le donne mare

E poi ci sono loro: le donne mare. Sembra sia facile riconoscerle: spesso sono vestite di blu, tengono i capelli sciolti come se soffiasse la brezza mattutina, dicono “il vento è il modo migliore che ho di pettinarmi!” e se li toccano un po’, quel ricci, che sanno di salsedine e carezze. Alzano poco lo sguardo, forse per non confondere il loro colore con quello del Cielo, ma in alcuni momenti lo abbracciano, soprattutto quando amano: è allora che camminano verso l’orizzonte e parlano alla propria ombra. Alla Luna (pluf! Guardatela, s’è buttata!) poi si confessano spesso, le si raggomitolano intorno, come gatti ruffiani, e magari piangono, mentre parlano. Pèrdono, non si perdonano, ma sconfitte sorridono, dopo essersi rise addosso.

Ditemi voi quando non piangono, le donne mare, ed hanno paura quando lo fanno: paura di diventare troppo grandi, paura d’agitarsi troppo, paura che per causa loro si allontanino i bambini dal bagnasciuga, o che quei due innamorat non si schizzino più l’acqua addosso, giocando a rincorrersi, per poi finire a fare l’amore, nel mare. E per le donne mare ogni onda è un pezzo di pelle, ogni onda è un bacio che va, un abbraccio che torna, parole raccolte sulla sabbia come conchiglie e messe al collo, intrecciate nonostante tutto, intrecciate perché sono belle, intrecciate chissà perché, forse perché si sente il mare persino da lì: è per loro sentirsi respirare, è dire “Ci sono anche se fa male”, oppure “Vado e torno, lasciatemi fare”.

E sono le donne mare quelle che non vogliono l’oceano, perché dicono che ognuno si meriti il proprio sale, le proprie lacrime, a-mare nel loro caso, quasi sempre a-mare.

E le donne mare, a conoscerle bene, le vedete spesso:

tre-mare (mare, mare, mare),

consu-mare,

disar-mare,

cal-mare,

a-mare,

affer-mare,

mi-mare,

ma soprattutto col-mare. Perché in fondo le donne così non sanno mai stare senza se stesse, ma rimangono sempre col mare.

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