L’attesa

 

Caro te, sì, proprio tu che ora hai l’indice puntato addosso, la bocca semiaperta con espressione di meraviglia, proprio tu che ti guardi intorno per vedere se qualche altro possa essere chiamato te. Caro te, dicevo, mi sono promessa di regalarmi a te, questo pomeriggio. È fine ottobre, sento freddo e a stento riesco a stare immobile contro il vento: ho aperto le porte del mio cuore, le finestre degli occhi e ho addosso una corrente fortissima, sbattono le parole, si infrangono i sogni, ho l’autunno tutto intorno e forse tu l’inverno che ti sboccia accanto. Siediti vicino a me, su questa panchina rossa proprio come diventano le guance, quando ci si imbarazza. Sai, la panchina che ci abbraccia adesso è l’attesa. Io la immagino sempre come una mamma che non riesce a dormire, se sa che suo figlio è fuori da qualche parte, un cane steso sul tappeto che aspetti rincasi il padrone, non so, un delinquente in ginocchio che aspetta la fucilazione. L’attesa fa paura, a pensarci bene. Perché se poi quella porta non si apre, quel telefono non squilla, se poi dientro l’angolo quel sorriso non ti accoglie? L’attesa dà anche speranza, a pensarci ancora meglio: ci sono uomini che continuano, anche se intorno è tutto bruciato. Terra battuta tutta intorno r i sentimenti sono i primi che si sacrificano. Caro te, hai le mani leggermente fredde: cos’è, non ti aggrappi a niente? E di chi era il viso che hai accarezzato per ultimo? Ecco, alzi gli occhi al cielo. Era il suo?

Caro te, qui nel parco i bambini e i cani corrono e si confondono, anche gli anziani mettono il motore sotto il bastone e vanno via, dicendosi a vicenda che senza qualcuno da amare, nessuno possa diventare un uomo. Forse è vero. E tu, tu dimmi chi sei. M’hanno detto che scrivere a qualcuno che non si conosce sia roba da pazzi, o da poeti, che d’altronde non c’è poi tanta differenza. Sarà da folli, magari lo pensi anche tu. L’ho pensato anche io, mentre scrivevo. E allora ho azzardato a immaginarti. Hai i capelli corti, occhi marroni, viso e pensieri snelli. Hai radunato tutti i desideri e li hai lasciati cadere, come queste foglie che ci circondano. Sei qui per correre, ti inseguono i ricordi e un tempo che hai bruciato: giorni, mesi, anni, bagagli in mano e sogni nelle tasche.

Anzi no.

Hai i capelli lunghi, ricci, come una chioma che si ostina a resistere alla tempesta o a qualche sospiro malinconico. Li porti intrappolati nel cappotto e ti riconosci allo specchio solo quando ami.

Anzi no.

Hai un pallone tra le mani, sei alto la metà di papà e prendi lui come modello. Lo vedi come un gigante, alzi le braccia, ma lui, lui non ti solleva, perché sei troppo grande ormai e poi lui queste cose non le fa. Ma ti vuole bene, sappilo.

Anzi no.

Siete due, una creatura nell’altra, un incastro d’amore. E qui ci sono poche parole da regalarvi, perché siete voi una bellissima poesia da recitare il primo sabato di primavera.

Anzi no.

Sei un fuori posto, ma ti sei scelto, nonostante tutto. Hai appena bevuto un succo d’ananas, i tuoi “forse” stanno diventando “mai”; hai una tela sotto il braccio, una mano tremolante e sei qui a dipingere l’attesa. Disegna una panchina allora, allora, in penombra, in autunno, proprio come questa qui. E sulla panchina disegna un foglio piegato, carta su legno. Carta che torna a casa e il legno che le sussurra “T’aspettavo da una vita”.

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