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I miei genitori non hanno figli di Marco Marsullo

I miei genitori non hanno figli Book Cover I miei genitori non hanno figli
Marco Marsullo
Narrativa italiana
Einaudi
2015
cartaceo e digitale
138

Un diciottenne prende la parola e fa a pezzi il mondo degli adulti, e i propri genitori, smascherando la fragilità di una generazione che non è mai davvero cresciuta. Del resto i genitori sono uguali ai bambini, bisogna prenderli come vengono. Una commedia divertente, corrosiva e tenera, sghemba come tutte le famiglie, dove bisogna adattarsi «l'uno alla forma sbagliata dell'altro per non sparire del tutto».

Dicono che fare il genitore sia il mestiere piú difficile, ma nessuno ricorda mai che fare il figlio non è proprio una passeggiata. Soprattutto quando hai diciott'anni e i tuoi genitori pretendono tu sappia già scegliere cos'è meglio per la tua vita, anche se la loro non sembra esattamente quella che avevano immaginato. E allora li osservi muoversi in quel microcosmo fatto di amicizie che possono tornare utili, di colleghi che hanno solo figli geniali, al contrario di te, di solitarie battute di caccia in Lettonia e turn over di fidanzati, e quasi ti arrendi all'idea che sarai proprio tu il loro ennesimo fallimento.

Cosa vuol dire essere figlio (unico) di due genitori nati nell’era post figli dei fiori? In ” i miei genitori non hanno figli” possiamo trovare significativi spunti di riflessione sulle dinamiche famigliari che si riscontrano spesso nella nostra epoca. Spesso mi sono ritrovata a pensare come molti miei coetanei, in effetti, sono rimasti con la testa nei loro primi 20 anni di vita, forse siamo nati in un’epoca sbagliata, forse eravamo già dotati di un cervello tecnologico ma i tempi non erano ancora pronti per noi, ora, a 40 anni suonati, ci ritroviamo ad usare la stessa tecnologia che accoglie i nativi digitali fin dai loro primi istanti di vita. Noi che ancora abbiamo la sigla di Carletto il principe dei mostri che ci batte in testa, ci ritroviamo intrappolati tra due epoche che hanno segnato la svolta tra il passato ed il futuro, ci ritroviamo spaesati di fronte ai nuovi metodi di comunicazione e li usiamo per metterci in pari con i nostri figli…spesso facendo casini colossali! Mamme che cancellano i figli dai loro contatti facebook solo per una parola detta di troppo, chat di whatsapp per mantenere il massimo controllo sulla loro vita, siamo ridotti a questi espedienti per sopperire alla nostra mancanza di empatia con il sangue del nostro sangue. Ma loro ci guardano e, in questo libro, Marco marsullo, da voce ad un ragazzo di 18 anni che ha vissuto la separazione dei genitori nei primi anni della sua adolescenza e ci fa capire come, in realtà, i ragazzi di oggi ci vedano come persone infantili e capricciose… quasi inadatti a prenderci la responsabilità di crescerli… quaranta/cinquantenni con la loro “verità” in tasca e con la sindrome di peter pan sempre dietro l’angolo.

i miei genitori non hanno figli di Marco marsullo

Il racconto di Marco è scorrevole e veloce, divertente a tratti ed a tratti molto profondo, ho apprezzato in particolar modo il pezzo che cito in seguito, sono le emozioni e sensazioni di un ragazzino di 13 anni che vive la separazione dei genitori sulla sua pelle. Consiglio la lettura di questo libro a tutti i genitori, alle volte vedere le cose dagli occhi di chi ci guarda potrebbe essere davvero illuminante.

Quando mio padre se ne andò di casa io avevo tredici anni. Stavamo in una casa grande, noi tre: due piani, metri quadri su metri quadri arredati con i risparmi di una vita, i risparmi dei loro genitori, un mutuo ancora da estinguere. Poi, lui è finito in campagna e io e mamma, dopo un po’, abbiamo cambiato casa, ne abbiamo presa una piú piccola.

Ce ne siamo andati perché i metri quadri sono una cosa difficile da riempire. Ci puoi mettere i mobili che costano tanto, le tende in coordinato con la copertura delle sedie in noce, i divani in velluto degli imperatori francesi. Ma loro non si riempiono. I metri quadri sono grandi come deserti se non ci sono persone a calpestarli, voci a colorarli, luci accese, televisori, impianti stereo a tutto volume, briciole di cibo, ricordi, amici che passano a trovarti. I metri quadri diventano buchi neri di silenzio. Ci cammini dentro e anche se li conosci a memoria ti ci perdi, anneghi nell’assenza di rumore di un salone che occupa un piano intero, e ti ritrovi naufrago in una cucina con il neon spento, che per entrarci devi schiacciare l’interruttore e aspettare quei due, tre secondi prima che si accenda gracchiando. E ti ritrovi i fornelli vuoti, nessuna macchia di sugo, nessuna pentola lasciata lí con gli avanzi del pranzo, perché il pranzo non c’è stato. Ti ritrovi all’ora di cena a vagare come un astronauta senza piú il contatto con la Terra. Le scale che ti dividono dal piano di sopra sono l’eco lontana e vorticosa di rumori che dovrebbero arrivare e che non arrivano. I metri quadri si alzano e diventano gradini, e dai gradini ti aspetti una sorpresa, regali e novità, ma anche sopra è silenzio, nuovi metri quadri come una giungla appena scoperta, non con gli alberi ma con mattonelle bianche, sotto i piedi neanche un grammo di polvere. E nei metri quadri di un altro salone, un balcone sempre chiuso e una tenda ad ammaestrare la luce dei lampioni della strada, poi la tua stanza, dove hai cominciato a non dormire piú bene come prima, e di fronte alla quale c’è un’unica luce, arancione, affogata dal vetro della porta. Dietro quella porta c’è tua madre, è quasi un anno che è lí, da quando è cominciato tutto, e non si muove, dall’ora di cena in poi sta lí, al telefono con un’amica, ogni tanto senti un singhiozzo. Il racconto, sempre lo stesso, di tuo padre che è andato via con quell’altra, che l’altra è una zoccola e lui un pezzo di merda. Impari la meccanica delle parole del dolore, che sono sempre le stesse, intercalari che usi anche tu con i tuoi amici, però ridendo, e non con quel velo di amarezza che non sai da dove arrivi, perché non lo capisci. Ascolti distratto mentre passi per la centesima volta davanti a quella porta, fingendo di dover prendere qualcosa in camera, un libro che non leggerai, un quaderno per finire i compiti di Latino che non finirai. E stai lí, e il problema non è che mangerai l’ennesima pizza portata a casa, di quello che mangi non senti neanche piú il sapore. Il problema sono quei metri quadri impossibili da riempire, tua madre che non esce piú dalla sua camera e tuo padre che non sai neppure che occhi abbia prima di chiuderli e dormire, altrove, ovunque ma non nei metri quadri che, su tutto, volevi fossero il posto piú sicuro del mondo.

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Pubblicato da Martina

Lettrice incallita fin dalla più tenera età. Non ho un genere preferito ma scelgo le mie letture seguendo le mie emozioni del momento. Il fatto che mi piacciono i romanzi con l'anatomopatologo che fa le autopsie è meglio non analizzarlo ulteriormente ;)