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Fra Storia e Letteratura – Intervista a Davide Arecco

Avete mai letto un libro di storia come se fosse un romanzo? A me capita di continuo! Cosa succede, però, quando avete anche la possibilità di parlarne con l’autore? Succede che nascono le interviste!

Davide Arecco insegna “Storia della Scienza e della Tecnica nell’Illuminismo” all’Università di Genova con grande passione per il suo lavoro e per la sua materia, io ho avuto occasione di leggere tre dei suoi numerosissimi testi, che ho trovato indicibilmente interessanti e che mi hanno permesso di immergermi completamente in un periodo storico molto affascinante.

Potevo io impedirmi di tormentare un professore con un milione di domande? Sì, avrei potuto, ma presa dall’entusiasmo ho selezionato una manciata di domande alle quali l’autore ha avuto il buon cuore di rispondere con sincerità e grande disponibilità! Vi lascio dunque alla voce di Davide, che si è riconosciuto anche lui lettore compulsivo e ci ha concesso questa breve e interessante intervista per darci modo di conoscere meglio lui, il suo lavoro e i suoi libri!

Quando eri bambino eri un lettore? C’era un libro a cui eri particolarmente affezionato?

Da bambino ero un piccolo lettore. Preferivo i fumetti, come spesso era naturale che fosse – a volte mi chiedo se sia ancora così, per i bambini di oggi – e rammento bene che il mio primo libro fu un classico, L’isola del tesoro. Seguirono Jack London – Zanna bianca e Il ritorno di Bianca – diversi Verne e il commovente I ragazzi della via Pal. A dodici anni, la svolta: scoprii in seconda media un grande amore per la storia – che dura ancora oggi, avendone fatto un mestiere – e Tolkien con il suo Lo Hobbit: copertina grigia, edizioni Bompiani. Ancora mi rivedo immerso nell’antro di Bilbo, alla luce bassa della nostra sala di allora. E l’amore per la fantasy di qualità non mi ha più abbandonato, prima (mi sia concesso dirlo) che per tanti lettori diventasse una moda.

 Cosa ti piace leggere nel tempo libero?

Tutto ciò che è narrativa fantastica: romanzi gotici (il Settecento anglo-scozzese, Poe), narrativa di stampo horror (dal mio mito Lovecraft in poi), mystery (meglio se di ambientazione storica), quindi fantascienza degli anni d’oro (non mi vergogno di confessare che non sempre amo molto la realtà: la trovo piatta, banale e stringente, per cui cerco adeguate stanze di compensazione spirituale). Inoltre, adoro romanzi western del passato (quelli che si riescono a ritrovare) e tantissimo i noir ed i gialli: trovo che il detective sia analogo allo storico, dovendo, entrambi, svolgere un’investigazione, basata su fatti empirici e prove concrete. Per finire frequento sempre i classici, antichi e moderni, specie da Sterne a Borges, un altro mio eroe.

 Dimmi un libro famoso che avresti voluto scrivere tu!

Non sono famosissimi, comunque: in ambito storico lo scorrevolissimo ed avvincente Gli Stuart, di Allan Massie (la dinastia che regnò nel Seicento in Inghilterra resta una mia grande passione) ed in ambito più puramente letterario La quarta verità, di Iain Pears, uno dei migliori romanzi storici di sempre, a mio parere, molto superiore a tanti altri più celebrati e venduti. Venendo al romanzo tout court, mi sarebbe piaciuto scriverne uno di Stephen King: uno tra Christine, Cose preziose o Le notti di Salem. Ma, si sa, il Re è il Re. E temo che il sottoscritto potrebbe essere solo un principe di corte, o forse molto meno…

 Hai all’attivo moltissimi titoli, raccontaci come hai deciso di intraprendere la tua carriera, cosa ti ha ispirato e come è cambiato, nel tempo, il tuo rapporto con la scrittura e con i tuoi lavori.

Sono uno storico dell’età dell’Illuminismo, l’epoca nella quale avrei voluto forse vivere. Eppure, non l’avevo cercata. Non inizialmente, almeno. Ho cominciato – a 23 anni, subito dopo la laurea – con studi sul tardo Medioevo e soprattutto sul Rinascimento, per approdare poi felicissimo alla cultura scientifica del XVII e XVIII secolo. Il mio mondo. Lavorare e studiare, ieri come oggi, coincidono per me ed è la cosa più bella. Guardo al passato, ne riscopro momenti e protagonisti – più o meno grandi – dò voce attraverso la ricerca a chi non c’è più, facendo parlare carte vecchie di secoli. Se vi è un senso nella vita, è questo per me. Inoltre, tengo molto (da lettore) alla scrittura: fare storia è, a mio avviso, anche narrare. L’aspetto del racconto è e deve essere presente, reso attraverso lo stile. Il mio è piuttosto barocco, ma non lo vedo come un difetto. Anzi. In ogni caso, scrivendo e leggendo – un binomio davvero indissolubile e interscambievole – troviamo noi stessi. Ne sono sicuro. A me, per lo meno, è accaduto. Ed è stato il dono più grande dell’esistenza. Quanto alla storia, essa è una sorta di paesaggio umano, sociale e intellettuale che muta nel corso del tempo, assumendo diverse e molteplici – a volte convergenti – forme istituzionali. E’ vita in movimento, come la musica è suono in movimento ed il cinema immagine in movimento. E non a caso musica e cinema sono altre mie e grandissime passioni, quasi alla stregua di ‘ragioni di vita’ 🙂

Come convinceresti un “non addetto ai lavori” a leggere uno dei tuoi libri?

Potrei suggerirgli che si tratta di un’utile occasione per visitare mondi sommersi e poco conosciuti, visto che oggi ad imperare è soprattutto altro (economicismo spinto, invadenza tecnologica e vuoto culto della sempre inutile apparenza esteriore, carrierismo). Lo dico senza arroganza o presunzione: i libri di storia (non certo solo i miei) sono anche antidoti valoriali, nei confronti dello squallore del presente che ci circonda e talora assedia.

Quale dei libri che hai scritto ti piace di più?

Ogni studioso tende sempre a rispondere: l’ultimo, per il semplice fatto che naturalmente si matura sempre di più. In effetti, i miei due libri di prossima uscita per Città del silenzio edizioni dell’amico di sempre Andrea Sisti – la storia dell’astronomia moderna che ho intitolato Comete, stelle e pianeti e poi un volume sulla scienza inglese di epoca barocca (La corona e il cannocchiale) – credo siano i miei migliori lavori. Chi volesse invece accostarsi al mio ‘messaggio’ storiografico, può partire con un libro che pubblicai nel 2014 per Aracne di Roma e che mi rappresenta moltissimo, in termini e di metodo e di interessi: Dall’Inghilterra all’Europa, una monografia sul rapporto a tre fra esoterismo, nuova scienza e Lumi settecenteschi. Della storia amo infatti soprattutto contesti e connessioni.

Molti storici tendono a diventare anche romanzieri, pensi che potresti fare questo passo, un giorno?

È vero: a molti capita. Io stesso ho fatto un primo piccolo passo, in collaborazione con la mia amica Roxana Anton, con Veronica, un racconto lungo (o romanzo breve, che dir si voglia) che mirava ad omaggiare l’idea del grande Ray Bradbury, quella di una dimensione fantastica che emerge inattesa fra le pieghe del quotidiano. In futuro – ma non saprei veramente dire quando: il tempo manca ed il lavoro da fare è sempre tantissimo – mi piacerebbe scrivere, se non proprio un romanzo storico (il che è assai impegnativo), almeno una raccolta di racconti storici in cui cerco, con gli strumenti e le possibilità odierne, di dare risposta a misteri e delitti del passato. Un po’ come certe cose scritte dal mio amato John Dickson Carr (uno dei miei autori di fiction prediletti), con la differenza che nel mio caso non si tratterebbe di pura invenzione, ma di ricostruzione plausibile fatta a posteriori, per mezzo di indagini storiche e d’archivio. In forma narrativa, questo sì. Un progetto complesso, che a ogni buon conto richiederebbe anni.

Se avessi accesso a una macchina del tempo, la useresti per andare a visitare il XVIII secolo? Se sì, cosa faresti? Dove andresti? Chi vorresti conoscere? Se no, come mai?

Sì, certo. Mi hai davvero capito, grazie. Farei il viaggio che fece Francesco Bianchini tre secoli fa: mi recherei nella Londra della regina Anna, nel 1713. In quel momento la cultura inglese era al suo apogeo: Newton, Swift, Addison, Steele e tanti altri. Farei la visita rituale a Oxford e a Cambridge, visiterei Londra e cercherei di conoscerne i membri della Royal Society. Ma andrei anche – sono un ammiratore del paganesimo celtico – a Stonehenge e passeggerei tra i megaliti al chiaro di Luna, un vero druido fuori dal tempo. Poi, prima di tornare al presente, mi sposterei nella Prussia di Federico il Grande – il Marco Aurelio della modernità – ed infine nell’Austria di fine Ottocento. La storia e la realtà asburgiche della fine del XIX secolo mi hanno sempre affascinato tantissimo. Credo vi sia in me pure qualcosa di viennese, oltre che di britannico e tedesco. Sogni. Ma cosa è la vita senza?

Grazie, un saluto a tutte le lettrici compulsive. Ho parlato senza peli sulla lingua e l’ho fatto per voi!

E noi ringraziamo infinitamente il Professor Arecco per la sua disponibilità e per il tempo che ci ha dedicato!

Qual è il vostro periodo storico preferito? Voi andreste indietro nel tempo (Dai, lo so che stiamo pensando tutte a Claire di Outlander…) Fatecelo sapere nei commenti!!

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