giorno della memoria

Giorno della Memoria – Lettere da Stammlager IV C

Oggi è il 27 Gennaio ed è il Giorno della memoria.

La data è stata scelta perché settantacinque anni fa venivano aperti i cancelli di uno dei luoghi più tremendi che l’uomo abbia mai avuto la perversa fantasia di inventare: il campo di concentramento di Auschwitz.

La liberazione, però, era ben lungi dall’arrivare per molti internati, detenuti in altri luoghi altrettanto tremendi.

Per molti prigionieri l’incubo non era prossimo a finire, tra questi, un giovane italiano.

Questa è una parte della storia della mia famiglia, e vorrei condividerla con tutti voi, in omaggio a chi ha sofferto la deportazione nazista. Ecco a cosa serve un Giorno della Memoria. Dobbiamo ricordare, per impedire che si ripeta.

Mio nonno nacque nel 1923 in un paesino della provincia pugliese, e fu chiamato alle armi nel prestigioso Battaglione San Marco.

“Solo i più alti, prendevano solo i più alti!!” Diceva con orgoglio, quando gli si faceva notare che entrambi i figli lo avevano superato in altezza!

Era un uomo mite, mio nonno, pronto alla risata, sempre con un luccichio allegro negli occhi, un uomo buono. Eppure portava dentro di sé il ricordo di una delle esperienze peggiori che un uomo possa subire.

Sì, perché all’indomani dell’8 settembre, il battaglione San Marco si unì agli alleati e partecipò alla liberazione, ma mio nonno, in quel momento si trovava in Grecia, dove lui e i suoi compagni furono catturati.

Fu offerto loro di combattere per i nazifascisti, ma, nonostante fossero giovani e terrorizzati, risposero di no.

Mio nonno, in particolare, aveva uno zio repubblichino che provò a convincerlo a collaborare, ma lui rifiutò ancora.

Si trattava, come il nonno amava ricordare, di soldati ben addestrati, che i nazifascisti avrebbero voluto poter sfruttare, ma nessuno di loro si lasciò convincere, e questo segnò il loro destino.

Furono caricati su carri bestiame e deportati. La maggior parte non tornò mai.

La destinazione di mio nonno fu lo Stammlager IV C, un campo di concentramento attualmente al confine tra Germania e Repubblica Ceca, ricavato da una ex fabbrica di porcellane nei pressi di Teplice.

A detta di mio padre, non raccontò mai quello che vide nel campo, sappiamo solo che si fratturò una gamba in tre punti, e che quella gamba restò sempre un po’ più corta dell’altra. Mia nonna un paio di volte aveva accorciato i pantaloni dalla parte sbagliata, era diventata una specie di barzelletta di famiglia.

Sappiamo che non sopportava la vista della carne con l’osso a tavola e raccontava che i nazisti erano pronti ad accusare di sabotaggio chiunque, per qualsiasi inesattezza sul lavoro, e ad ucciderlo.

Quello che ci resta, le uniche cose che ancora ci parlano di questa terribile esperienza, sono le lettere che mandava a sua madre, e le risposte strazianti che lei gli inviava con grande fatica. Quella nell’immagine seguente è la prima in ordine cronologico, dopo l’armistizio.

giorno della memoria

“27 – 11-1943

Mamma Cara.

Dopo un lungo periodo di tempo, oggi finalmente vengo a farti sapere mie notizie precise. Io ringrazio il Signore, la salute prosegue normale, come pure voglio sperare di sentire sempre di voi tutti. Tu mamma non pensare a me, ché io sto bene, finalmente mi sono sistemato, lavoro a XXXXXXX. Tu mamma non puoi credere, il mio pensiero è sempre rivolto a voi, specie a te, che ti voglio tanto bene. Prego sempre il Signore che mi fa ritornare tra le tue braccia, che ho tanto desiderio e non vedo l’ora e il momento. Mamma cara, vengo a pregarti di un grande sacrificio che tu dovrai fare per me. Tu ben lo sai la vita di prigioniero com’è fatta. tu mi devi mandare un pacco, appena ti sarà possibile, che io lo aspetto tanto con ansia. Mi devi mandare le seguenti cose: Tabacco o sigarette con cartine, formaggio, fichi secchi, pane fatto a taralli, mandorle, zucchero, castagne secche e sapone. Di tutto questo vedi di chiedere a Maria di Barletta se ti può aiutare. Se non puoi, l’importante è il tabacco e il riso. Fammi sapere di tutti voi uno per uno, specialmente di Onofrio. Ora buon Natale a tutti, ti bacio, tuo figlio.”

La risposta della mia bis nonna, purtroppo, impiegò molti mesi a raggiungerlo e, nelle cartoline seguenti, è palpabile l’angoscia che lo attanaglia per la mancanza di notizie.

La disperazione e la paura, la fame, il dolore, traspaiono dalle parole di mio nonno in un modo che strazia il cuore, nonostante le frasi di circostanza e le rassicurazioni, le richieste di un pacco alimentare si susseguono e la bis nonna, disperata, gli scrive che non è possibile, che non deve perdere la speranza, di votarsi alla Madonna del Carmine, di pregare.

Nelle prime cartoline, il nonno aggiunge spesso che spera di tornare presto, ma mano a mano che i mesi si accumulano, questa speranza non viene più espressa.

Quando molti degli altri campi erano già stati liberati dagli alleati, e mio nonno era allo stremo delle forze, lo Stalag IV C fu liberato dai Russi.

Era il Maggio del 1945, mio nonno compiva, in quei giorni, 22 anni e aveva già vissuto quanto di peggio si possa immaginare nella vita di un uomo.

I superstiti furono messi in fila, nel tentativo di deportarli nuovamente verso la Russia, ma lui fuggì, non so bene come, ma fuggì in Polonia e intraprese un lungo viaggio, per lo più a piedi, per tornare dalla sua famiglia.

Scattò qualche foto, ma più di questo non ci ha lasciato. Più di questo, non sapremo mai.

giorno della memoriaMio nonno si chiamava Vincenzo Brocolini, per due anni il suo nome è stato 26611 e, in questo Giorno della Memoria, vorrei invitarvi a ricordarlo con me.

 

 

 

 

 

5 commenti su “Giorno della Memoria – Lettere da Stammlager IV C

  1. Sono cinque minuti che cerco di scrivere una risposta a questo articolo, ma le parole non vengono, non vengono perché non ce ne sono. Come potrebbero? Di fronte a tutto questa, all’atrocità di cui siamo stati capaci, le parole semplicemente perdono di significato, e lasciano spazio soltanto alle emozioni… Non oso immaginare quello che ha passato tuo nonno insieme a tutti gli altri esseri umani identificati come numeri, come oggetti privi di valore e utili solo a venire sfruttati e torturati… Non ci sono parole a sufficienza per loro, solo un immenso rispetto e sempre ricordati.
    Grazie per aver voluto condividere con tutti noi questa parte di te e della tua famiglia, sono sicura che nonno Vincenzo sarebbe molto fiero di te.

     
    1. Grazie per questo commento. Sally ci ha regalato una parte importante della sua storia personale perché, e io sono totalmente d’accordo con lei, è nostro dovere ricordare. Per chi non ce l’ha fatta. Per chi è sopravvissuto portandone le cicatrici per tutta la vita. Per chi è riuscito a tornare a sorridere. Ma soprattutto, perché non dovrà mai accadere di nuovo.

       
  2. Che emozione leggere questa testimonianza, grazie! Anche mio nonno Antonio, di Perugia, fu prigioniero nello stesso Lager (chissà se si sono conosciuti…), anche lui grazie a Dio è tornato a casa. E tante altre cose in comune: anche lui catturato in Grecia, tornato a piedi… Nemmeno lui raccontava niente. E’ stato con noi fino al 2004. Diverse volte gli ho fatto domande ma lui, tra la cattura e la liberazione lasciava sempre il silenzio… l’ unica cosa che diceva era che era stato fortunato perché lavorava nelle cucine e riusciva a mangiare le bucce delle patate (patate che poi odiò per il resto della sua vita!) e poi, ad una mia domanda sui suoi compagni, rispose solo che tanti di loro erano morti (e lì gli venne da piangere e si fermò). Attribuivo questo suo scarso parlare al suo modo di essere e all’ischemia che aveva avuto e che lo impediva un po’ nella parola; ora penso che in realtà abbia voluto preservare noi da quell’orrore, terribile anche solo da raccontare. Bello invece il racconto del ritorno a casa: lui era molto provato nel fisico e uno dei suoi due compagni di strada aveva intenzione di proseguire senza di lui, che tanto “non ce l’avrebbe fatta”. L’altro compagno invece insistette a non abbandonarlo. Tra mio nonno e questa persona è rimase una grande amicizia: emigrato poi in America, il suo compagno ogni volta che tornava in Italia passava a trovarlo.
    Sono contenta di aver potuto condividere questa storia…non dobbiamo perdere la nostra memoria, del male e anche del bene e della forza che ci sono stati….

     

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