Parlare del 13 novembre ai bambini e nelle scuole (dopo un minuto di silenzio)

12227666_10153829317084175_8213842547353904744_nCosì si legge sul sito del MIUR, ministero della pubblica istruzione, in relazione agli attacchi di Parigi: per domani lunedì 16 novembre 2015 in tutte le scuole ci sarà (o dovrebbe esserci) un momento di riflessione, dopo un minuto di silenzio. Non so se alla scuola elementare di mio figlio questo momento ci sarà, non so se maestri e professori saranno in grado (nei loro panni mi sentirei in difficoltà) ma se ci sarà, voglio che ci arrivi già preparato da noi. Le immagini dei tg in questi giorni a casa si sono succedute senza sosta (anche perché essendo fine settimana di tempo ce n’è stato tanto). La prima domanda è stata: “Ma è un film?
No, non è un film. E allora si prova a spiegare cos’è, non sapendolo nemmeno bene tu stessa.

Di seguito il messaggio del MIUR:
“I gravissimi fatti di Parigi rappresentano un attacco al cuore dell’Europa senza precedenti. Un attacco al quale dobbiamo subito dare una riposta, innanzitutto educativa e culturale. #PorteOuverte, Porta Aperta, è stata la parola d’ordine lanciata sui social network dai cittadini di Parigi subito dopo gli attacchi terroristici, per offrire un riparo a chi era in strada terrorizzato. Una reazione di grande civiltà e coraggio. Porta Aperta deve essere anche la nostra risposta. Non possiamo restare indifferenti, paralizzati e chiuderci nelle nostre paure. Per questo, invito le scuole, le università, le istituzioni dell’Alta formazione artistica e musicale a dedicare, nella giornata di lunedì, un minuto di silenzio alle vittime della strage parigina e almeno un’ora alla riflessione sui fatti accaduti. Porte Aperte significa anche coinvolgere la cittadinanza, le famiglie.
Le nostre scuole, le nostre università, i nostri centri di ricerca sono il primo luogo dove l’orrore può essere sconfitto, a diversi livelli di consapevolezza, che resta l’antidoto più efficace di fronte alla violenza e a questa guerra senza frontiere e senza eserciti. I nostri ragazzi hanno il diritto di sapere, di conoscere la storia, di capire da dove nasce ciò che stiamo vivendo in queste ore. Il nostro patrimonio di valori può essere difeso solo se le nuove generazioni sono aiutate ad uscire dall’indifferenza. Non possiamo cambiare ‘canale’ davanti a queste immagini di morte. Dobbiamo parlarne con i nostri studenti e aiutarli a capire che c’è e ci potrà sempre essere un principio di ricostruzione della nostra identità in cui credere e riconoscersi. E dobbiamo aiutarli a rifiutare, oggi più che mai, qualsiasi tentazione xenofoba o razzista. È già successo tante volte nella storia, siamo figli e nipoti di persone che hanno dato la vita per affermarlo. L’educazione è il primo spazio in cui riaffermare i nostri valori, le nostre radici, quindi la nostra libertà. Grazie ragazzi, grazie insegnanti, professori e ricercatori per il vostro impegno e per la vostra testimonianza.”

Stefania Giannini

12250151_10153763314610513_7966173946073864885_n

Su Liberation, il quotidiano francese, una psicologa la scritto i suoi consigli (che qui sotto ho riportato tradotti) sul come parlare della cosa ai bambini a seconda delle varie età, in famiglia come a scuola. In Francia dovranno parlargliene per forza certo, ma io credo che anche in Italia, che in tutto il mondo, bisogna dire ai bambini che è successa  una cosa brutta, parlargliene e il più chiaramente possibile. I bambini, piccoli e grandi, che siano stati esposti alle informazioni direttamente o no, sentono comunque questa atmosfera e i nostri sentimenti molto forti. La prima cosa da fare, qualunque sia l’età dei vostri figli, è di informarli direttamente, anche prima che ne parlino a scuola o con gli amici, per farli arrivare già preparati..

Bisogna spiegare loro ciò che è successo: un attentato, dei morti, della gente che non vuole che si esprimano liberamente le proprie idee. Ovviamente, secondo l’età dei bambini, le risposte e le spiegazioni saranno diverse.

– Con bambino di meno di 6 anni, meglio non mostrare immagini e di limitarsi all’informazione di base. Gli adulti devono dire che ciò che è accaduto è grave per tutto il paese, che questo li tocca e li commuove. Soprattutto, i bambini devono capire che gli adulti ci sono e si organizzano per proteggere tutti gli abitanti della Francia.

– I bambini più grandi, fino a 10 o 11 anni, devono poterne parlare. Alle loro domande, ma senza prevenirle, bisogna dare risposte concrete. La conversazione con voi deve anche permettere loro di capire che gli adulti, e lo Stato, vigilano affinché ciò non riaccada, che i colpevoli sono ricercati e che la fraternità e la solidarietà sono le sole risposte possibili. Parlare con loro, proporre di disegnare ciò che hanno capito, spiegare le immagini se le hanno viste: questi sono dei modi semplici per permettere loro di contenere paure e angosce che potrebbero invaderli.

In ogni caso, i bambini non reagiscono tutti allo stesso modo e alcuni saranno più scossi di altri malgrado le attenzioni dei genitori. Un bambino che dovesse avere incubi frequenti nelle prossime settimane, o che perdesse il piacere di giocare o di mangiare, dovra essere oggetto di un’attenzione particolare. Bisognerà spronarlo ad esprimersi, parlando e disegnando con lui. Ma anche permettendo di incontrargli un professionista (medico, psicologo, psichiatra) che saprà aiutarlo.

Gli adolescenti sono esposti all’informazione in modo molto diretto via internet e social media. Più sono informati, più bisogna stare loro vicini. Bisogna aiutarli a inquadrare le loro reazioni e dare informazioni semplici sulle leggi che proteggono la libertà di espressione e sanciscono il reato di omicidio, così come la necessità di essere solidali di fronte ad un evento di tale violenza. È importante che percepiscano gli adulti come sostegni solidi, in famiglia e a scuola. Alcuni possono trovarsi ad affrontare propositi violenti di altri adolescenti, anche sui social media. Se vi riferiscono questi propositi, bisogna affermare che la risposta non sta in una spirale di violenza e segnalare eventualmente questi comportamenti alla scuola. Spetta agli adulti regolare queste questioni, non ai ragazzi.

Infine, non bisogna lasciarli soli di fronte a tutte le immagini cui hanno accesso così facilmente sui loro telefoni, sui loro computer o in televisione. Questo flusso di immagini può essere angosciante e rinchiuderli in una visione troppo degradata della vita in società. Aiutateli a fare altro e a discuterne.

Un’altra cosa molto bella da leggere è questa: Se è una guerra, siate adulti per favore

Precedente Nati di novembre: il mese per chi sa trovare il bello, là dove si nasconde meglio Successivo Un pomeriggio per me, e per la mia pelle

Lascia un commento


*