Come una trasferta di lavoro all’improvviso

Succede che alle 10 di un martedì dopo il ponte di Ognissanti, ti viene comunicato che il giorno dopo c’è da partire per Milano. Un invito che attrae da una parte per la fiera del settore da andare a visitare, la cena con i colleghi di Milano che non c’è mai la possibilità di conoscere al di là delle mail, ma poi i mille pensieri di una mamma. Un giorno di preavviso. E Nicco? E il babbo potrà tenerlo, non aveva anche lui quell’appuntamento di lavoro. Sono indecisa, ma c’è da andare. Perchè un uomo andrebbe. Perchè è un privilegio poter andare. Perchè sì.

E allora si parte, alle 7 e mezzo di mattina con un Frecciarossa dalla Tiburtina. Tra un muffin fatto in casa dall’unico uomo del quartetto, tra una spolverata di cipria, una scorza al giornale e alle statistiche dei nostri siti, si susseguono Firenze, Bologna, la pianura padana e gli aneddoti di chi, fuori dall’ufficio, racconta più rilassato.

Alla fine, come mio solito, se non fossi andata mi sarei pentita davvero: perchè Milano è stata generosa di sole e di calore, di cielo azzurro e posticini inaspettati. Perchè la fiera è stata all’altezza delle aspettative e le conoscenze piacevoli, per il vino bevuto con le amiche, per le chiacchiere prima di dormire e la telefonata di Nictopino che mi dice Tonna pretto mamma!

Questo post non avrebbe molto senso se non quello di ricordare a me, e forse anche anche a voi donne che state leggendo, che spesso dovremmo farle le cose di cui abbiamo voglia, o che ci chiedono di fare per lavoro e a primo acchito ci sembrano impossibili da conciliare con la famiglia, la casa e le incombenze. Perchè i treni, piccoli o grandi non ripassano, e se ne lasciamo perdere troppi, alla fine dovremo andare a piedi. Non che sia male, ma non deve essere un ripiego

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