Ai bambini bisogna spiegare (anche) le cose difficili

“No, io di questo non parlo ai miei figli, non credo sarebbero pronti, e non so come affrontare l’argomento”
“Non parlo di morte ai miei figli, neanche di quella di una persona molto vicino. Non li porto ai funerali, non gli faccio vedere una persona morta”
“Non gli ho detto che è morto il cane, gli ho detto che si è perso”
“Non posso spiegargli che quel suo amichetto è molto ammalato”
“Non guardiamo film sulla Shoa, hai visto come vanno a finire? E come glielo spiego?”

Sento e leggo spesso discorsi del genere quando amici, conoscenti, contatti dei social parlano dei loro figli in relazione alle ‘cose brutte della vita’.

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Vedo molto spesso la volontà di ‘non dire’, di coprire, di edulcorare, di addolcire nella migliore delle ipotesi. Solo che non è sempre possibile farlo. Puoi farlo finché una ‘cosa brutta’ riguarda un fatto di cronaca (ma non è anche di tuo figlio il mondo di cui la cronaca parla?), puoi farlo finché la ‘cosa brutta’ riguarda un conoscente, un vicino, qualcuno di non troppo stretto (ma non era anche di tuo figlio quel conoscente o quel vicino, non si porrà delle domande?).

Io credo che la realtà è realtà a 0 come a 90 anni e che i bambini debbano conoscere ogni aspetto della vita man mano che nella loro vita si presenta. Ad una condizione però: parlando loro, spiegando, spiegando e rispiegando ancora, con parole semplici ma sincere, senza inventare unicorni volanti o spiriti cattivi, ma usando la semplicità. Perché il male, come il bene, è una cosa estremamente semplice e può essere (magari no, ma può essere) che ne vengano a conoscenza molto prima di quello che noi immaginiamo sia il tempo giusto.

Come ci comporteremo allora se fino a quel momento li abbiamo preservati nell’ovattato mondo del non detto?

Chi può aiutarci

Libri per raccontare la Shoa ai bambini

Come spiegare la morte ai bambini aiutandosi con un libro

La storia di Alfredino Rampi

Giornata della memoria, come spiegarla ai bambini

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