Vestiti

Mentre i miei occhi sono rapiti dagli ennesimi vestiti carinicarinichenonsoquandolimetteròmalivogliocomunque, Marito esce dal camerino, coi pantaloni nuovi indosso. Dopo una lunga occhiata indagatrice ed un’espressione sconsolata, la sentenza:

-Beh, prima indossarli mi sembravano meglio…-.

Mentre torno all’espositore dei jeans mi rendo conto che Marito ha appena enucleato un concetto fondamentale con cui tutte noi ci scontriamo durante le nostre sessioni di shopping selvaggio:

Scorgiamo dei vestiti in vetrina, ad una distanza di circa quaranta metri. Corriamo convinte di aver trovato il capo d’abbigliamento della vita, ci visualizziamo già al posto del manichino con le medesime forme e acconciatura per poi indossarlo e sentenziare:

-Eh ma che schifo!-.

La commessa, che fino a un secondo prima era persa nei meandri del magazzino, sente, si materializza davanti a noi e, con espressione che manco Miccio e Gozzi davanti all’armadio di mia cognata, puntualizza:
-Ma guarda che vestono proprio così!-.
La cui traduzione commessa-italiano corrisponde verosimilmente a:
“Cazzo pretendi, sei una taglia 46 che spera di entrare in un abito fatto per top model, ci credo che stai male, la 46 c’è ma è solo per chi tocca il metro e novanta di statura!” [d’altronde è noto che le tipiche donne italiche siano delle stangone, che ne sanno le svedesi!].
Ma torniamo a noi.
Tutta questa introduzione è solo per dirvi che, tra un paio di jeans skinny (ma i giovani d’oggi li hanno i polpacci?) ed uno dal cavallo basso ma gambe aderenti (tipo i galantuomini d’altri tempi), ho pensato:
in fin dei conti è così anche per le persone.
Ne ho viste, nelle vetrine.. parecchie. Le ho comprate, le ho portate a casa e le ho indossate compiaciuta. Poi le ho lavate e qualcuna s’è rovinata al primo giro di lavatrice, altre dopo una stagione, altre ancora ci hanno impiegato un anno prima di scolorirsi e fare i pallini; potevo prevederlo? Forse, se avessi letto l’etichetta.. solo che se una cosa mi piace parecchio ci penso poco, ed ecco che dopo aver tolto lo straccio dal cestello leggo: “non lavare troppo, non sopporta critiche” o “evitate le alte temperature, si lagna in continuazione”.
Qualcuna l’ho ritirata nell’armadio, il problema è che a volte nel mio non c’è abbastanza spazio e quindi le ho schiacciate e infilate male tra i miei impegni ed altri conoscenti. Poi una parte ho provato a farle andare bene con altre che già avevo, qualche volta creando abbinamenti fantastici, altre delle boiate. Non parliamo di quando ne metti due a lavare assieme e si sputtanano l’una coi colori dell’altra.. adieu.
Ci sono quelle che alla terza volta, di fronte allo specchio, mi han fatto stra-cagare pur avendomi mandata in visibilio nel camerino, quelle che ho insistito nell’indossare di nuovo senza accettare che o erano strette o erano larghe, comunque non mi andavano più bene.
Ho anche un piccolo spazio riservato a quelle rotte, nella speranza di imparare a usare bene ago e filo e di ricucire come meglio posso, senza peggiorare la situazione.
E ci sono, infine, quelle che ho messo per tanto tempo, si sono strappate, le ho ricucite, rimesse e qualche volta anche un po’ modificate (lo fai con gli abiti se hai qualche nozione di sartoria, con le persone se proprio ti vogliono un bene dell’anima).. e sono ancora li, nell’armadio o nella cassettiera. Le metto per stare in casa, per dormire, ma anche per uscire perché le cose che piacciono non si buttano manco al decimo trasloco e non le fai finire in qualche scatolone, in soffitta… Perché con loro, qualsiasi cosa faccia, riesco a sentirmi perfettamente a mio agio: ovunque, in qualsiasi periodo dell’anno e in qualunque situazione. Sono pochi, questi vestiti, forse troppo pochi in mezzo ad un armadio che non mi decido a ripulire perché, sai mai, ciò che non va bene oggi magari mi andrà in futuro.
Mai dire mai.
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