Di mammitudine e spannolinamento

“Ma come si fa a far capire ad un pargolo di due anni che deve farla lì [nel vasino] e non nel pannolone?”

“Mah.. ti dirò: ci sono passata due volte ma non saprei dirti esattamente com’è andata.. So solo che a un certo punto l’han fatta lì“.

Cit. una mamma che ce l’ha fatta.

Questa sera, in preda a un raptus di riordino (cosa che capita poche volte all’anno e che quindi non freno nemmeno quando è mezzanotte ed io sono in piedi a sistemare vecchi libri dell’università) mi è capitata in mano una confezione di pannolini.

“Ma caspiterina” mi sono detta “come hai fatto a dimenticarti di condividere con tutti gli utenti che sostano sul tuo blog per più di due secondi l’eccitante ed avvincente avventura dello spannolinamento?”

E detto fatto: ecco quindi l’ennesimo l’attesissimo post che parla di

COME SMETTERE DI ARRICCHIRE LA LOBBY DEI PRODUTTORI DEI PANNOLINI E GUADAGNARE UNA TAPPA NELL’INDIPENDENZA DEI PARGOLI

UN’IMPORTANTE PREMESSA

Cara mamma che come me ti sei sentita un’incapace mentre intorno a te tutte le altre mamme raccontavano di quanto i loro figli fossero dei piccoli prodigi della minzione, degli astri nel firmamento della pupù nel vasino e dei best performer nel tiro dello sciacquone, respira a fondo e ripeti con me: ogni bambino ha i suoi tempi.

Così com’è stato nel parlare, camminare e come sarà nell’andare in bicicletta e nell’allacciarsi le scarpe da solo.

E considera un’altra cosa: a sentire certe mamme il mondo dovrebbe essere pieno di enfant prodige (i loro, ovviamente).

primo approccio allo spannolinamento

Estate 2016, mamma e suocera incalzano: fa caldo, la roba asciuga velocemente e poi col pannolone sudano un casino. Vai di mutanda, fagli sperimentare quella freschezza che conquisterebbe se imparasse a usare il vasino.

Risultato: pipì ovunque ed esaurimento delle scorte di mutande e pantaloni a fine serata.

Non vi dico poi l’espressione dell’educatrice del nido quando ho pronunciato la sillaba “span” di “spannolinamento”.

-Non è pronto-. Sentenzia. Ed anche se è dura da ammettere in un nido in cui ogni due per tre un compagnetto del Nano (femminucce soprattutto) ottiene il “sorrisino” sulla tabella della pipì, è la verità: non è minimamente incuriosito dal water o dal vasino e tantomeno ci dice che l’ha fatta… figurarsi avvisarci che la sta per fare.

Ma in fondo sticazzi, c’è ancora un anno.

approccio alle seghe mentali sullo spannolinamento

Ogni volta che su facebook una mamma annuncia l’avvenuto spannolinamento a me sale l’ansia: sono troppo lenta? Ho poco polso? Non sono costante?

O sono mica troppo pigra?

Perché è innegabile: se sei in giro e gli scappa non devi correre in un locale sperando che sia pulito e che il gestore ti conceda gentilmente le chiavi del bagno sulla fiducia (nel senso che tu davvero gli frutterai un euro di caffè), al mattino non devi trascinarlo sonnolento sul water e “ispirarlo” a suon di pssss pssss e la sera, dulcis in fundo, non ti tocca sederlo sul vasino ogni volta che chiede di bere per evitare inondazioni notturne… Insomma, il pannolino è una comodità anche per me, a ben vedere. Che il Nano non si senta pronti perché nemmeno io lo sono? Non lo so, ma il tempo corre e siamo all’ultimo anno di nido.

secondo –e tragico– approccio allo spannolinamento

Ecco partire l’offensiva: a casa si familiarizza col vasino, ce lo sediamo sopra, a volte sembra gradire, altre si lamenta e si rialza subito.

Lo lasciamo entrare in bagno, sacrificando la nostra privacy per potergli raccontare cose tipo: sai che devi farla qui anche tu? Proprio come mamma e papà! Vedi? Ci sediamo tutti qui…

Dal nido arriva poi l’avviso: è primavera e si procede con l’approccio ai water mignon, verrà tolto per un’oretta il pannolino e si annoterà tutto sulla tabellina della pipì (tabella che andrà a spodestare i tabelloni di fine anno del liceo nella mia personale scala dell’ansia).

Approccio all’ ansia per lo spannolinamento.

Nano si siede, cazzeggia per quindici minuti con giochini/libricini/tablet in mano dopodiché si alza e, cinque minuti dopo, se la fa addosso.

La paura di aver sbagliato qualcosa o di averlo pressato troppo si fa strada: forse gli abbiamo fatto venire un trauma, forse odia il vasino, forse siamo destinati ad anni ed anni di traversine e lenzuola bagnate perché abbiamo reso stressante un momento delicato, forse siamo dei genitori di merda.

Al nido la pipì nel waterino è sporadica, mi impongo di non guardare quelle degli altri bimbi ma è inevitabile sentire le mamme congratularsi con “braaaaavoooo! Cinque pipì!”.

L’educatrice mi dice che lo prende come un gioco, non ha ancora ben capito la novità e a casa la situazione non cambia: mi chiede di andare a sedersi ma continua a non farla, proviamo nel water col riduttore da noi, nel water con riduttore con pedanina dai nonni, col vasino in bagno e noi seduti uno sul bidet e l’altra sul water a ripetere il mantra: “Psssssssssssssst”.

Ma niente.

terapia d’urto per un efficace spannolinamento

Questo il titolo dell’articolo che mi capita sotto gli occhi: levate sto pannolino e continuate a cambiarlo se se la fa addosso, abbiate fede che il disagio del sentirsi bagnato prevarrà sulla diffidenza verso vasino e simili.

Sono partite così le sessanta ore più impegnative della mia carriera di mamma.

Sveglialo, mettilo sul water. Una goccina, proprio per farmi contenta. Prima pisciata sul pavimento a casa dei miei, cambia. Seconda pisciata sul tappeto della sala, cambia. Venti minuti di cazzeggio sul water, zero risultati. Terza pisciata, cambia. Quarta pisciata, non s’è asciugato alcun indumento, lascialo senza mutande sul vasino. Capricci. Altra pisciata.

Ovviamente mio figlio sì che si schifa nel sentirsi bagnato ma non ci pensa proprio a correre in bagno.

Dopo aver inondato anche casa di mia suocera (in presenza di Cognata che, in virtù della sua esperienza, mi prevede un futuro nefasto fatto di continue lavatrici e materassi zuppi), ricominciamo la settimana con un’altra tabella vuota e la solita scena: Nano vuole salire sul vasino e guardare i cartoni, cazzeggia per mezzora, si alza e, poco dopo avergli tirato su i pantaloni, mi fa le cascate del Niagara sul divano.

Mentre lo cambio e corro ad asciugare la pozza sfodero un sorriso incoraggiante, dico che non fa niente ma che deve avvisarmi quando scappa, che deve farla lì nel vasino, che adesso basta pannolino, ora è grande, ecc.. ecc..

e scoppio a piangere.

Perché a quel punto mi è chiaro, sto vasino ce l’ha in odio, lui vuole il suo pannolone, si sente a suo agio con quello, altrimenti non mi spiego come sia possibile che siano due giorni e mezzo che si piscia continuamente addosso e che perseveri considerando il water uno dei tanti giochi.

Poi di nuovo.

“Mamma pipì”.

Non credo di essere stata degna della Montessori in quel momento.
Si, ho sospirato malamente.
Si, non sono stata per niente incoraggiante.

Si, ce l’ho messo sopra e sono tornata a finire di pulire il lago di Garda nel salotto senza dargli la minima.

E boh, poi ho sentito “psssssssssst”.

Mio figlio la stava facendo nel vasino e stava ridendo come dire “quante storie, visto che te l’ho fatta?”.

Baci abbracci, urla di giubilio.

Quando arriva Marito il miracolo si ripete come si è ripetuto il giorno dopo, e quello dopo ancora, sia a casa che all’asilo, sia di giorno che di notte.

Salvo qualche incidente di percorso, Nano ha imparato a chiedere di andare in bagno, a pulirsi da solo e oggi, a tre anni e mezzo, per me è normale vederlo andare in bagno da solo con il tablet o un libricino e chiudersi la porta (si, lui esige la privacy… la stessa che a noi invece viene costantemente negata 🙂 ).

Cosa posso dirvi quindi riguardo la pipì nel vasino?

Beh… non so come esattamente sia andata… So’ solo che a un certo punto l’ha fatta lì 😉

Spannolinamento
La famosa tabella dell’ansia

 

 

 

 

 

 

 

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