Sola

E niente.

Sono stata di nuovo male e la cosa, in tutta sincerità, non me l’aspettavo.

Non che pensassi di essere fuori dalle solite questioni (anche se qualcuna l’ho addirittura risolta in questi due anni di psicanalisi) ma nemmeno credevo di dovermi trovare nuovamente con un corpo in tilt sotto il comando di una psiche traballante.

Specialmente durante una festa della birra con amici che non vedevo da molto.

Perché è complicato spiegare cos’hai.
Complicato dire –e complicato anche avere la voglia di farlo– che soffri di depressione, complicato far capire che non è questione di distrarti guardando un video di Casa Surace, complicato trovare empatia in chi ti ascolta.

Ed è ancora più complicato ritrovarti a raccontare ancora una volta di “quei problemi lì” e farlo davanti a gente che ti ha già fatto il favore di ascoltarti e che un secondo round col cazzo proprio.

Che lo so, suona molto “ma che gente di merda frequenti” però, davvero, è comprensibile: o ci sei passato –e sai perfettamente come sia possibile prima ridere a crepapelle e cinque minuti dopo desiderare di morire– o pensi che chi hai davanti sia solo un caso di egocentrismo alla ricerca disperata di attenzione.

Poi si, c’è anche la gente di merda tout-court che ti ha tenuto al telefono per ore con le sue paranoie e adesso, che avresti bisogno tu, risulta desaparecida.
Ma è tutta un’altra storia.

Così, nella speranza di bloccare lo saliscendi umorale, cerchi delle giustificazioni per sentirti meno malata.

Allora è colpa della varicella che davvero mai avresti pensato di prendere a 33 anni. Perché l’hai presa particolarmente stronza, ti si è gonfiata la faccia come una zampogna, non avevi solo prurito ma anche un male bestia e, quando ti sei vista allo specchio nel pieno della malattia, t’è tornato in mente quando alle medie avevi gli ormoni impazziti e brufoli come piovesse.

Ed è stata la settimana chiusa in casa a farti sbroccare perché patisci la clausura, devi sempre fare qualcosa per sentirti a posto con la coscienza poi forse in sti’ mesi avevi concentrato troppi obiettivi e ne stavi raggiungendo pochi, troppo smartphone, troppi social, troppo computer e troppa ansia da prestazione.

Magari sotto sotto c’è anche l’ansia per il rockin’1000, non ti sembra di saperli abbastanza a memoria, non hai bene sotto controllo la situazione, ancora non hai capito dove si prendono le navette e dove si compra il biglietto per gli accompagnatori. Magari hai paura che sia come tutte le volte che fai qualcosa di figo: ti esalti finché dura e quando finisce ti pigli malissimo.

Oppure è il solito sclero per il cibo: dovevi fare dieta ma non hai perso un grammo perché il binge (eating) è sempre lì in agguato, perché sai che non è questione di volontà ma che c’è un mostro di problematiche psicologiche rinviate ad libitum, perché avevi trovato un cazzo di centro a Bergamo per curarti ma hai paura dei costi e allora fingi che quei kg in più per te siano un’orgogliosa ribellione contro una società fondata solo su canoni estetici sbagliati (che io sonofigadentro, ecco).

O forse è sempre quell’annosa, estenuante, sfibrate questione che ti tormenta da quando eri una pischella di undici anni.

Le persone che dovrebbero esserci e non ci sono, i legami spezzati non per colpa tua, quei palleggi continui di messaggi atti a trovarsi per un caffè veloce-veloce che ormai è più di un anno, quelli che ti avevano detto “io ci sono se hai bisogno” ma non c’è mai un indirizzo al quale trovarli, i tentativi perennemente a vuoto per organizzare una cena, un regalo, un’uscita che sotto sotto la domanda ti sorge spontanea:

Ho fatto qualcosa che non dovevo?

E tra il sospetto che qualcuno te lo perdi per questioni di invidia, un altro perché è un opportunista nato e l’altro ancora perché si, siamo amici ma se c’è la prospettiva di scopare è anche meglio, finisci in un vortice di domande senza risposta, scuse semi-bofonchiate in un mare di imbarazzo e sguardi freddi che a quel punto preferiresti ti venisse detto in faccia: F-O-T-T-I-T-I che almeno così smetti di pensare che se ti sforzi di essere carina, affabile, sempre sorridente e disponibile la gente un po’ meglio ti considera.

Almeno così ti rassegni che sei sola.

Sola anche se hai una famiglia, un marito e qualche persona meravigliosa che ti amano e che farebbero di tutto per vederti felice, sola anche se fai mille cose, sola anche se nessuno lo direbbe.

Soprattutto sola in una malattia che entra senza bussare e che in un attimo ti rende tutto più insopportabile, castrandoti ogni emozione e uccidendo ogni reazione liberatoria che potrebbe farti star meglio.
E che altrettanto improvvisamente se ne va senza salutare, lasciandoti lì, spaesata, con l’ansia di sapere quando poi tornerà a farsi sentire e di cosa penserà di te la gente adesso.

Che poi se sono qui a scriverne vuol dire che anche questa volta me la sono cavata.

C’è voluta una pastiglia di Xanax, l’abbraccio di mia mamma, la spalla di mio marito ed un po’ di km in auto con un’amica.

È scesa qualche lacrima e adesso i pensieri fluiscono un po’ intorpiditi, le paranoie rimangono momentaneamente bloccate (ecco, l’unica cosa bella della depressione, assieme ai chili persi per l’inappetenza) e la psiche lavora ai regimi minimi per non sovraccaricarsi di nuovo.

Ed è proprio a questo che serve l’attacco di panico.

A fare tabula rasa, uscire dal tunnel di paranoie su cui perdo di volta in volta il controllo, a imparare a stare sola a pasquetta o a capodanno senza darmi colpe, imparare a fare a meno dell’approvazione altrui, imparare a non farmi più ferire dagli altri, imparare a sorvolare che tanto poi un giorno mi ritroverò ad un sushi bar con questi desaparecidi a chiacchierare del più e del meno come se nulla fosse successo, imparare a dimenticarmi del passato ma soprattutto imparare a saper aspettare quel meraviglioso momento in cui un conoscente si trasforma in amico.. senza fretta.

E imparare anche a volermi bene.

Da sola.

Sola

 

 

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2 commenti su “Sola

  1. sara il said:

    Buongiorno,
    Comprendo che queste situazioni siano brutte da vivere a maggior ragione avendole vissute in prima persona.
    Ne sono uscita solo nel momento in cui mi sono resa conto che tutto ciò che mi circonda, sia come persone, sia come situazioni non sono altro che una conseguenza di quelli che Io ho fatto, pensato, espresso e sopratutto i modi in cui mi sono posta con le persone. Si può star bene con se stessi solo nel momento in cui prendiamo consapevolezza di chi siamo, cosa vogliamo, ma più di tutto dove vogliamo andare.
    Durante il mio lungo percorso ho capito che cos’è per me l’Amicizia scritta con A maiuscola appositamente. Ho compreso che è meglio la qualità delle persone che mi circondano e non la quantità. Una cosa che secondo me è ancora più importante sono le nostre frasi ed i nostri pensieri che una volta espressi le persone non dimenticheranno più per il resto della loro vita.
    I rapporti una volta che sono stati incrinati difficilmente verranno riparati. Dato che non sappiamo come sarà la nostra vita non dobbiamo mai sminuire e sottovalutare chi circonda.
    Auguro che questo percorso difficile possa terminare e portare ad un livello di consapevolezza tale da apprezzare la qualità e non la quantità, rispettando tutto ciò che ci circonda.
    Tanti auguri!

  2. Little Cinderella il said:

    Ti ringrazio, affronterò il percorso con determinazione e spero di potermi un giorno guardare indietro e dirmi che è stato tutto utile!

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