Perchè non bisogna aver paura della Nestlé.

Premessa: non lavoro per la Nestlé, no, la Nestlé non mi paga per scrivere ciò e, men che meno, non sono parente di qualche detentore di quote azionarie.
Semplicemente mi sono ritrovata la bacheca inondata dal seguente messaggio, riproposto sotto forma di testo, link o immagine.

Avviso per tutti i genitori:

Nestlè sta chiedendo a tutti di restituire gli alimenti per bambini alle banane con scadenza 2012; copia e incolla per tutte le madri e per la sicurezza dei bambini. Codice a barre 761303308973, anche se non sei un genitore copia e incolla sulla tua bacheca puoi salvare una vita!

Evabbè, mi son detta.
Core de mamma, una vede una cosa del genere e, presa dalla tragica visione del proprio pargolo in agonia per dei pezzi di vetro in gola, si prodiga a diffondere il messaggio senza pensarci troppo.
E ci sta (no, niente tono sarcastico a questo giro).
Evabbè, poi le cose che toccano i bambini riescono a scalfire anche i cuori più duri (il mio compreso).
Ci sta anche questa.

Poi ho iniziato a vedere anche non mamme, ragazze e ragazzine prese dall’ansia di dover a tutti i costi far sapere all’intero globo che quei “farabutti della Nestlé” (cito uno dei vari commenti) “vogliono farci morire i bimbi per i loro scopi”.
A parte che l’aspirante salvatrice di bambini ancora adesso mi deve delucidare su quali siano questi scopi (economici? Politici? Stanno cercando di fare una seconda strage degli innocenti perché è nato il secondogenito di Dio e ancora non lo so? Boh, attendo..), la cosa mi ha fin da subito lasciata un po’ di perplessità.

Perché si, al giorno d’oggi rischi di trovare anche qualche dito mozzato di operaio sottopagato nella scatola del tonno, mica è da escludere. Insomma, potrei anche crederci che in un vasetto di omogeneizzato sia stato trovato del vetro, le vie del Signore sono infinite.. però.

Però mi son chiesta: perché su Facebook?

Voglio dire, la Nestlé non è l’azienda di provincia che stenta a rimanere a galla: ha degli addetti stampa, immagino, pagati per diffondere simili comunicati ai media ed essendo un’azienda leader nella distribuzione alimentare trovo difficile che non si sia presa la briga di ritirare immediatamente i prodotti dai negozi (a meno che non si tratti dei suoi “scopi” che solo il mio contatto e che ancora deve rivelarmi).
Perché mai creare un file jpg a bassa risoluzione con un messaggio che sembra scritto dal figlio tredicenne della segretaria del marketing? Perché farlo girare di status in status, caricandolo di volta in volta con orrori grammaticali? Perché dare la responsabilità agli utenti di Facebook di inoltrare tale notizia?

Domande a cui non ho trovato risposta finché non ho chiuso il più amato social network nel mondo e mi sono rivolta all’amico Google.

La prima cosa che esce al riguardo è un articolo de Il Fatto Alimentare: in questo caso l’azienda ha VOLONTARIAMENTE RITIRATO (no, non ha avvisato via FB i clienti) dei vasetti di Nescafé Cap Colombie per altro venduti solo in una catena presente nel nord Italia. Che sia stata travisata la notizia? Mah, tra caffè e omogeneizzato ne passa…

Poi sono incappata nel blog di Paolo Attivissimo (cacciatore di bufale a cui va tutta la mia stima per non aver ancora ucciso a picconate gli sciichimisti) che alla notizia dei pezzi di vetro nei barattoli ha dedicato il seguente post:
http://attivissimo.blogspot.it/2011/07/allarme-per-vetro-in-alimenti-nestle.html

Se siete troppo pigri, riassumo a grandi linee: la Nestlé ha effettivamente ritirato dal mercato un lotto di prodotti, il L 10980295 che corrisponde ai “P’tit pot” alla banana; tale decisione è stata presa in seguito alla segnalazione di un consumatore che aveva trovato cocci di vetro in un barattolo del sopracitato lotto.
Per altro venduto SOLO in Francia.

Tempo per scoprire tutto ciò: cinque minuti.

Cinque minuti che possono salvarti da una figura di malta colossale, che possono evitarti di passare per un boccalone e darti l’aria non dico intelligente, ma per lo meno “sveglio”.

Poi, volendo proprio fare la punta al cazz* i precisini, ancor prima di perdere ben 300 minuti della tua preziosissima connessione, potresti porti le lecite domande:

– Come mai un’azienda come la Nestlè mi fa sapere questa cosa attraverso gli status di FB?
– Come mai è scritto in questo modo e non nel solito linguaggio tecnico-formale che hanno questi comunicati?
– Perchè mai mi viene chiesto di copiare e incollare questo status?
– Sarà vero questo codice a barre? Perchè non mi dicono il nome del prodotto che sicuramente faccio prima a trovare il lotto cui il codice si riferisce? Cosa faccio, al supermercato confronto il codice a barre con tutti i prodotti di marca Nestlè che hanno come ingrediente la banana? Non è un po’ contorto come metodo se il fine ultimo è salvare più vite possibile?

Che qualcuno, tra i miei contatti, effettivamente s’è posto: ad esempio, in risposta ad uno di questi status, un ragazzo commenta “ma sarà vero?” e l’autrice dello status risponde “non lo so.. ma nel dubbio non fa male scriverlo”.

No, vero, pigiar tasti non ha mai ucciso nessuno. Ma anche accendere il cervello e pensarci su due volte, perché allora nessuno lo fa? Nel dubbio ci si informa, perché gli allarmismi infondati tipo questo possono provocare danni d’immagine con ripercussioni su chi in queste aziende ci lavora, perché la gente legge e crede dimenticandosi dell’antecedente “non lo so se sia vero, ma..”,  va’ poi al supermercato e non compra più quel prodotto e, già che c’è, nemmeno la pappa nella confezione di cartone perché sai mai, trovato in un posto lo puoi trovare dappertutto, si provocano (chiaramente portando agli estremi la cosa) danni economici per futili motivi.

..Oltre che un’inutile ansia per le mamme che, sappiamo, sono perennemente a rischio tachicardia dai primo vagito del figlio fino al quarantesimo compleanno del medesimo, se non di più.

 

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