Ora che sono mamma

Ebbene si, sono alla mia quarta festa della mamma.

Dato che sull’argomento sono già stati pubblicati tanti, tantissimi post, status, stories, link, chipiùnehnemetta e non avrei alcuna perla di saggezza da condividere in merito, vado a ripescare un vecchio tormentone –tu non sei madre, non puoi capire– per poter finalmente dare una risposta a chi mi lanciò tale monito cinque anni or sono.

Ebbene, cara amica pluripara (che per motivi di privacy soprannominerò d’ora in avanti PesantezzaFotonica2.0) devo dire che si, hai ragione: alcune cose le ho capite solo quando è arrivato il mio Nano.

Nello specifico, ho capito:

Che le mamme hanno un super potere chiamato PAZIENZA.

Non solo per bypassare una crisi di capricci dovuta ad una banana data già sbucciata o a una mela offerta tagliata in otto fettine anziché quattro. Quello forse è il meno.

Ce ne vuole a palate quando, per la 14esima volta di fila (non sto sparando un numero a caso, ho proprio contato) devi cantare “papà dito, papà dito, dove sei?”, quando esci per fare una passeggiata ma non hai ancora raggiunto la fine della via che già si è fermi a saltare e risaltare su un tombino perché “è così che si fa mamma”, quando muori di sonno ma devi leggere per la quinta volta la favoletta della buonanotte… e non una a caso, proprio quella che più ti fa cagare.

Che le mamme hanno un altro super potere chiamato EQUILIBRISMO.

Nel senso che dapprima impariamo a fare di tutto col bambino in braccio, poi a farlo tenendolo per mano, tenendolo solo sott’occhi e, quando si stacca dalla presa materna, parte l’equilibrismo metaforico: non solo facciamo le mamme ma anche le mogli, le figlie, le sorelle, le amiche, le lavoratrici, le cuoche, gli angeli del focolare domestico e, se serve, pure le stronze.

Perché la maternità non cancella alcuna skill acquisita precedentemente ma semmai ne implementa sempre di nuove.

Che la vita di una mamma è fatta anche di noia.

Di interminabili minuti in attesa che si decida a fare quella cosa da solo, di “aspetta mamma, faccio io”, di uscite o cene saltate, piani scombinati, pomeriggi sui compiti, ore a interloquire con altre mamme e nonne con le quali non si ha molto a che spartire in attesa che lui finisca di giocare con gli altri bimbi al parco, di code ai colloqui, momenti sarebbe figo farsi una passeggiata ma si sta in casa perché in tv è appena iniziata una puntata del suo cartone preferito.

Che i figli non sono nostre propaggini.

Cioè, ci piacerebbe davvero avere un mini-noi in grado di capire al volo i nostri ragionamenti, le nostre necessità e desideri.

Invece no.

Un figlio è una persona diversa da noi che al massimo potrebbe assomigliarci in qualcosa o condividere qualche gusto o qualche passione.

Sarebbe comodo fosse mansueto e accondiscendente ma, fortuna sua, non è proprio così che funziona l’educazione: gli daremo la mano, lo accompagneremo fin dove desidererà lui e poi basta, dovrà sbagliare e imparare dai suoi errori, anche quando noi ci mangeremo le mani perché mannaggialamiseria gliel’avevamo detto.

Che il tempo scorre in maniera del tutto diversa.

Allo stesso modo in cui ci sembra interminabile una nottata tra biberon, pannolini, pianti e disperazione, ci sembrerà velocissimo il passaggio dal nido alle elementari.

E scopriremo pure che è facile dimenticarsele certe cose, tant’è che quando capiteranno sottomano le foto di un dato periodo ci chiederemo: “ma è davvero stato così piccolo?”, “ma sta sdraietta? Come c’era finita in casa nostra?” e “sul serio avevo una pancia così grossa?”.

E poi stop.

Perché, cara PesantezzaFotonica2.0, ho anche capito un’altra serie di cose decisamente meno auliche e romantiche, anzi, magari anche un po’ impopolari ma per dovere di cronaca le scriverò qui di seguito, in ordine sparso.

Ho capito ancora di più che la maternità è, in generale, una scelta che deve essere rispettata sia che la si faccia o meno.

Ecco perché quando parlo con un altra donna non mi sento superiore perché mamma e non uso questa argomentazione per rafforzare la scelta del guanciale anziché della pancetta quando si cucina la carbonara.

Non la userò nemmeno per denigrare le non mamme col fisico più asciutto del mio, con una carriera, con altre aspirazioni.

E non sarà neanche il contentino con cui giustificherò i miei fallimenti, la scusa per pretendere che mi si faccia passare se siamo in coda dal salumiere o il pretesto per commentare acidamente chiunque su facebook metta le foto delle vacanze fighe che al momento rimando in attesa che il Nano diventi abbastanza grande per godercele insieme.

Soprattutto ho capito che prima o poi una mamma si ricorda di essere anche donna.

Che pur avendo per la testa mille e più cose per l’asilo, lo sport, le attività estive, il cibo sano e l’educazione montessoriana, prima o poi si sente il richiamo di una ceretta dall’estetista, una seduta dal parrucchiere, un’uscita con le amiche o una corsa di 10 km in aperta campagna.

E non c’è nulla di cui vergognarsi, cara PesantezzaFotonica2.0, perché prima di essere mamme siamo state donne con le nostre passioni.

Ecco perché ho ripreso a suonare, a cantare, a uscire, a godermi una mostra o un weekend con Marito senza sentirmi una madre degenere. Perché è anche questo che permetterà ai nostri figli di diventare adulti indipendenti, è questo che aiuterà le nostre figlie femmine a emanciparsi ed è questo che farà si che i figli maschi non diventino dei lavativi che non sanno nemmeno come lavarsi un paio di mutande.

 

 

 

 

 

 

 

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