Di quella volta che siamo andati a New York

Guardare dove metto i piedi non è semplice.
A dirla tutta rischio ogni due per tre di volare dentro un tombino (fumante) aperto. Ma, penso, non sarebbe poi così anormale: è la mia prima volta negli States, la mia prima volta a New York.
Inutile dirlo, mi sento davvero piccola piccola.
Anzi, mi sento naufraga in un mare di emozioni perché quel viaggio, che tanto volevo godermi come quando facevo le gite al liceo, capita in un momento denso di vaffa che manco da adolescente: a forza di sentirmi dire un po’ da chiunque come dovrei vivere la mia esistenza, sono drasticamente a corto di autostima e, di conseguenza, pazienza. Colpa mia che cerco di essere zen e comprendere le necessità di tutti? Che penso sempre sia la mia impazienza e la mia mancanza di fiducia nel prossimo? Troppo catechismo? Mancanza di coraggio e procrastinazione finché non giungo al superamento della mia personale linea del vaffanc*lo?

Non lo so. Comunque, KABOOM, sono esplosa.

L’ultima deflagrazione è avvenuta poche ore prima di partire: un sms che ha troncato per sempre un’amicizia, che ho scritto, letto e riletto domandandomi “ma sei proprio sicura?” e che il pollice, per esasperazione, ha inviato mentre il cervello stava ancora bilanciando i pro e i contro di una tale decisione.

Comunque: Stefano, che li a NY ci vive da qualche mese, mi dice di guardare in alto.
Alzo lo sguardo e non vedo il cielo nuvoloso o le fronde degli alberi di Bryant Park: a rubarmi una spessa fetta di cielo ci sono il Grace Building con gli altri grattacieli che si ammassano per l’isola di Manhattan (un trauma tra l’altro sentirla pronunciare in lingua madre) e, mentre cerco di buttare un occhio per cadere nel tombino (fumante) aperto di cui prima, continua il ritornello “io sta strada/grattacielo/angolo/negozio l’ho già visto…”. In effetti, se ci si basa su film e telefilm, capita di tutto a New York.

Tipo che esci dalla metro a Union Square e, prima di mettere il naso all’aperto, vieni coinvolta da un quartetto gospel di ex tossicodipendenti ed ex alcolizzati (rigorosamente di colore e con l’inconfondibile tono di voce che solo loro possono avere) nel loro concerto. Nonostante mi sia trovata in mezzo a quattro mostri di bravura, nonostante tutte quelle persone che ci passano affianco di fretta (lasciando la mancia, a differenza del popolo italico) o che si fermano a sentirci, nonostante sia a New York non ho un cazzo paura di cantare. Non che io di solito ce l’abbia a livelli altissimi, ma trovarsi così a proprio agio in mezzo a sconosciuti, tanto da cantare la mia strofa di This Little Light of Mine con gioia e senza ansia no, non m’era mai successo.
Ed è il primo segno: la musica è parte della mia vita, qualche perditempo con overflow di autostima e qualche esperienza negativa non possono cancellare la mia voglia di cantare.

Poi può anche capitare che mentre cammini con gli amici (sempre a Union Square, ma sopra la metro) un molleggiatissimo atleta di colore ti prenda e ti usi come ostacolo umano, intimandoti:  “Don’t move, because if you’ll move, you’ll die.. and I don’t want to came back in jail!” (“Eh, magari è vero” dice Stefano a mio marito mentre filma il tutto con la fotocamera). Non solo quel fascio di nervi umano salterà me ma chiamerà altre quattro persone e, previo un divertentissimo siparietto per raccogliere offerte, salterà pure la fila che abbiamo formato. Mi diverto talmente tanto da dimenticarmi cosa mi rendeva triste alla partenza. Segno (il secondo) che forse posso prendere la vita con più leggerezza e che una manica di frustrate che chiava male non possono impedirmi di essere felice.

Soprattutto può capitare che metta piede, dopo anni che non lo facevo, in chiesa, a Brooklyn. Le uniche cinque persone bianche in chiesa (a due piani, con tanto di proiettore sul piano senza ministro di Dio) non solo vengono accolte a braccia aperte ma anche sistemate in prima fila (proprio come nella mia vecchia parrocchia le poche volte che qualche “forestiero” ha messo il naso in chiesa). Aldilà delle cose spassose che sono capitate, tipo persone che pregano, piangono e svengono ed uno dei miei amici con un’interminabile epistassi scambiata per una “liberazione” dal male di Satana, ci sono state quelle tre parole (il terzo segno) che ancora oggi mi ripeto quando inizia un periodo di murda:
HOPE. Perché non devo perdere la speranza.
OBEDIANCE. Perché una volta fatti, i piani vanno seguiti e non abbandonati alla prima difficoltà.
DETERMINATION. Perché devo smetterla di contarmi scuse, so cosa voglio e devo dare il massimo per realizzare ciò che sogno.

Non che abbia ripreso a credere, nonostante la predica da due ore del reverendo e l’entusiasmo di tutte quelle persone che pregavano ad alta voce, senza temere che il vicino di banco sentisse e giudicasse. Però quelle parole, che per una curiosa coincidenza mi sono piovute addosso proprio in quel momento, sono state il mantra, il mio “surrogato” di religione, quel qualcosa di spirituale a cui aggrapparmi.

Cinque giorni a NY, tra grattacieli, locali, edifici, persone, volano.
Così ci ritroviamo tutti a salire sull’aereo e tornare verso l’Italia, io a tornare anche verso la serie di vaffa tirati e trattenuti.

Ma ho molta meno paura.

Sono passati quattro anni da quel viaggio, a NY ci sono tornata altre due volte e, vi dirò, Times Square mi ha quasi stufata; ho scoperto altri quartieri, me la sono goduta col bello e brutto tempo, l’ho persino odiata quando, incinta di cinque mesi, l’ ho attraversata in auto (alla guida c’era marito, io mi sono rifiutata categoricamente di toccare il volante) dal Lyncoln Tunnel al Queensboro Bridge.
Ah e ho anche preso una multa per aver posteggiato troppo vicina ad un idrante.
Non è più successo nulla di straordinario dal 2011, o meglio, lo straordinario è capitato a casa, quando mi sono trovata a non temere più di perdere l’amicizia di chi mi faceva del male, dare molto meno peso alle critiche di chi mi voleva madre o donna in carriera, perdere tempo e salute sentendo chi dice cosa su di me. Ho capito che, seppur con molta difficoltà, devo mettermi al centro del mondo e sentirmi come se tutto sia possibile.

Proprio com’è successo a New York, quella fredda, prima settimana di primavera.

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