Merry Cinderella Christmas

Bene, ci siamo.

È iniziata la settimana che meno tollero dell’anno.

Non è che io voglia fare la pheega alternativa e acida (che ancora non ho capito se sia una moda o se c’è proprio un esercito di donne dalla vita sessuale insipida), tutt’altro. Io il Natale lo adorerei anche, solo che, accidenti, a festeggiarlo non sono solo io con i miei familiari e amici più cari ma anche il 33% della popolazione mondiale.

E questo comporta un po’ di cose.

Anzitutto l’aspetto social di una festività che parla di amore e fratellanza mentre sul web si traduce in uno scannamento a suon di link ultranazionalistici col solo scopo di sentirsi migliori del prossimo.
Per dire, quest’anno s’è scatenato il presepe-pride dopo la vicenda della scuola di Rozzano, una storia di cui meno della metà della metà dell’utenza social ha capito cosa sia realmente successo ma che non ha fermato nessuno dal dire il suo indispensabile (ma soprattutto ragionato) parere e postare la foto della propria rappresentazione della natività (poi se chiedi chi erano i tre Re Magi ti rispondono cose tipo Gaspare, Zuzzurro e Marchionne, ma vabbè, l’importante è stare sul pezzo e garantirsi dei like facili facili). Altro tormentone nazional-popolare, che mi ha fatto ricredere sulla fede di parecchi miei contatti (mai visti in chiesa o sentiti disquisire di Bibbia & co.) è stato il divieto del “Buone feste!” (che puzza di ateo o, peggio, mussulmano) in favore del più cattolico “Buon Natale”. Così l’altro giorno, abitando nel cuore del regno padano, me ne sono uscita dall’alimentari (che di verde ha pure pareti e divise del personale) con: “Arrivederci e buon Natale, buon Santo Stefano, buon San Silvestro, buona festa di Maria Madre Di Dio e buona Epifania!”. E per evitare che si pensi che non sia attaccata alle mie origini italiane andrò avanti ad augurare tutte e cinque le festività (quasi quasi ci aggiungo anche San Basilio Magno e Santa Genoveffa, così, per completezza) fino al 6 gennaio.

Poi ci sarebbe da ridire anche su chi tagga in maniera compulsiva qualsiasi contatto in immagini il cui copyright ormai è stato stuprato e lasciato morire assieme ai rispettivi autori, le frasi fatte dove si parla di pace e amore quando nel post prima s’è scritto “aiutiamoli a casa loro”, i messaggi copiati e copiati a nastro rifilati via sms / mail / messenger e la continua diffusione, in qualsiasi luogo pubblico, delle solite sei canzoncine natalizie rivisitate in ogni salsa musicale (brutal metal compreso)..

Ma mi fermo qui perché sennò rischio di cadere nella categoria di acide di cui prima e mi concentro –su suggerimento di una conoscente affetta da sindrome di Pollyanna– su ciò che scatena in me lo spirito natalizio.

I negozi di giocattoli, anzitutto, ma non quelli delle grandi catene: i più piccoli, indipendenti, che sopravvivono eroicamente di anno in anno, addobbati con lucine, glitter, Babbi Natali ed Elfi che avranno la mia età, con il proprietario che se gli chiedi “non so cosa regalare” lui ti domanda l’età del bambino e ti porta sul bancone una badilata di giochi che vorresti comprare anche per te (cosa che mi è successa più volte andando a prendere i regali per i miei nipoti).
E le piccole botteghe alimentari. Che quando ci entri rischi di infilare i piedi nei loro cesti talmente ne sono pieni, con le nonnine che vengono lì a fare la spesa perchè “lei ha la roba più buona che quelli del *nome di qualsiasi supermercato*” e si contendono il cotechino buono per la cena coi nipotini. Le pasticcerie e le panetterie con i vetrina i panettoni fatti da loro e i biscotti a forma di stella cometa o albero di Natale, i bar riempiti dal profumo di caffè e cioccolate calde, le campane che suonano per la novena ed i gruppetti di nonnine che entrano iniziando a chiacchierare ed escono senza essersi mai fermate.

Il tavolo pieno di pacchi e carta da regalo con lo scotch che sparisce ad ogni incartamento, il gatto che si stira inopportunamente sulla carta, il bambino che punta sempre alle forbici, la confusione di bigliettini e il continuo domandarsi se s’è preso tutto per tutti. Il profumo delle candele, la mia scrivania cosparsa di pennelli, nastri, vasetti, gli appunti su quali lavoretti fare scritti già a settembre ma ritrovati all’ultimo con più solo due giorni per realizzarli, i pezzettini di carta di riso dorata che svolazzano per terra (dei quali qualcuno rimarrà in giro fino a ferragosto) e l’odore di colla a caldo. Marito che ad ogni spesa mi chiede se non sia il caso di prendere un addobbo in più, io che dico no ma ne comprerei altri mille non fosse che non saprei dove ritirarli tutti, il momento in cui si tira fuori l’albero e l’esercito di palline e stelline da disporre con maniacale precisione nonostante si sappia che il bambino tirerà via tutto ciò che è alla portata dei suoi 90 cm di altezza (il felino penserà al resto). Lo sguardo che rivolgo al mio presepe alternativo che ogni anno si arricchisce di ospiti di eccezione, dai lego di Star Wars a vecchi pupazzetti fatti con il clay, di sorpresine delle merendine e ciarpame vario, insomma, tutto fuorché le classiche statuine che mi riprometto sempre di comprare. Le lucine attaccate 365 giorni all’anno alle scale finalmente accese, l’immancabile fila che s’è zompata e la conseguente corsa a prenderne una nuova da inserire con tante imprecazioni nell’albero già addobbato e l’eterno appunto “comprare una ghirlanda da appendere alla porta” anche quest’anno bellamente ignorato.

Le corse per il centro strapieno di cui mi lamento sempre ma che infondo mi piacciono perché in mezzo a quella calca di persone c’è sempre qualcuno che non vedo da tempo se non tramite qualche foto su Facebook, un viso conosciuto da salutare con un sorriso, senza necessariamente fermarsi a parlare, o un volto da riconoscere nella folla e cercare nei meandri della memoria i ricordi ad esso collegati. Le telefonate inaspettate, i messaggi e le reunion tra gente persa di vista che ogni volta polemizzo “si ma non dobbiamo aspettare Natale per vederci” per poi essere ugualmente felice di averle fatte.

Poi ci sono gli amici che con la scusa di portarti il regalo passano dicendo “giusto due minuti” ed escono da casa tua due ore dopo pieni come pigne di panettone, spumante e frutta secca, quelli che devi rincorrere perché come te hanno l’agenda degli appuntamenti strapiena e coi quali convieni che ci vorrebbe un bonus di dodici ore per poter fare tutto, i parenti che dopo due bicchieri di vino ti raccontano tutti gli aneddoti di famiglia (quelli censurati da mamma e papà compresi), mamma, zie e nonne (quando c’erano) che si scatenano in un’edizione casalinga de “la prova del cuoco”, le telefonate organizzative che vanno avanti a suon di “no il primo lo porto io, il contorno fai te ma stai leggera che c’è già tanta roba, il dolce lo fa zia, di’ a nonna che stia ferma lì e non muova un dito”, il delirio del “Ma a Natale siamo dai tuoi o dai miei? E Santo Stefano? Perchémannaggialamiseria non ti segni le cose?”.

C’è poi il mio coro, il Melody Rock, coi i suoi concerti, la chat con cui ci organizziamo che da’ notifiche ogni due per tre per capire quando sono le prove, quando ci si trova prima del concerto, gli indirizzi e le scalette. Ci sono le canzoni natalizie (si, per quelle del coro faccio un’eccezione anche perché non ci siamo ancora adeguati alla massa cantando Adeste Fideles e Jingle Bells), il pubblico allegro e partecipe, il concerto in piazza a Santhià prima e dopo la messa di Natale, le melody che arrivano con un pensierino o anche solo con un abbraccio, le battute e le risate tra una canzone e l’altra..

..E infine c’è il momento post-pranzo, quello in cui ti svacchi sul divano piena come un uovo assieme a mamma e papà mentre in tv passa il solito film uscito nei primi anni ’90, papà sbuffa perché lo propinano da vent’anni a questa parte, mamma sbuffa perché, sempre da vent’anni a questa parte, papà se ne lamenta ed io rido perché, da vent’anni a questa parte, la mia vita ha questa piacevole costante che mi aiuta a non dimenticare quant’è bello il Natale.

Ecco, a grandi linee questo è quanto mi fa sentire l’atmosfera natalizia.

Poche cose ma buone, che son sempre le migliori per sentirsi veramente felici.. quelle che auguro possiate provare anche voi ogni giorno della vostra esistenza e non solo in questi giorni di fine dicembre.

Buon Natale

 

 

 

 

 

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