Di mammitudine e streetfood

Fin da quando l’evento è apparso sulle nostre bacheche bianche e blu, marito ha stressato senza pietà.

Andiamo tutti quanti allo Street Food Village a Novara.

Ora, di norma i vercellesi schifano i cugini novaresi (specie in periodo di derby); tuttavia, l‘edizione dell’anno scorso a Vercelli ci ha spinti a mettere da parte le diatribe campanilistiche e a rituffarci nella calca di gente e camionette emananti odori e sapori di cibo da strada.

Ma anzitutto di cosa stiamo parlando?

Per street food si intende, traducendo paro-paro, “cibo di strada”: ingredienti semplici racchiusi in panini, piadine, piatti da asporto o in semplici fazzolettini da consumarsi rigorosamente senza posate o al massimo con quelle di plastica. Niente tavoli apparecchiati, al massimo panche e panchine, se non in piedi, mentre si cammina in quanto parliamo del cibo degli studenti per eccellenza, di chi ha una veloce pausa pranzo o di chi non ha semplicemente voglia di mettersi ai fornelli.. e il bello è che questo street food, quando rispetta la tradizione millenaria del “cibo povero” italiano, non ha niente da invidiare alle tre stelle Michelin (l’importante è avere sempre dietro qualche fazzoletto con cui pulirsi mani e bocca).

E non sbagliamoci a parlare solo di panini, hamburger, pizze e patatine fritte.

Avete mai mangiato una bombetta? Il lampredotto? Il pastin di Belluno? E i tortelli fritti? Ecco, sono solo un assaggio di tutto ciò che rientra nella sottostimata categoria dello streetfood (da non confondersi con il junkfood, di cui comunque ogni tanto sia io che marito siamo estimatori).

Per Streetfood® invece si intende l’associazione nata da Massimiliani Ricciardini in seguito ad una ricerca sui cibi di strada svolta durante un master universitario. Raccogliendo dati sulla cucina povera del centro Italia ha dato vita dapprima al marchio Streetfood®, dopodiché è stata fondata l’associazione che non solo si occupa di questa grande cucina itinerante ma che si impegna anche di promozione e conservazione della nostra memoria eno-gastronomica.

Tornando a noi, l’unico momento libero da impegni in questo week end è stato il pranzo del sabato. Da genitori previdenti avevamo escluso a priori le cene per evitare di fare code e dover colpire le caviglie altrui col passeggino (cosa che in certi casi non mi dispiace se devo essere sincera), così siamo arrivati nella centralissima piazza Martiri verso le 14.00 col Nano già riposato e pronto per mangiare.

Rendendo ulteriormente felice Marito per aver posteggiato nella piazza adiacente a quella sede dello Streetfood Village (riducendo la distanza tra lui e le sue amate bombette), abbiamo tenuto il bimbo per mano e con nostra gioia ci siamo accorti di aver scelto l’orario giusto: poca coda, pochi minuti per trovare una panca libera (esatto, niente sedie, quindi niente alzatine: o le panche o i passeggini o le ginocchia di mamma e papà) e ritmi abbastanza rilassati per scegliere senza ansie cosa mangiare.

E per l’appunto: cosa dare da mangiare a un bambino di quasi due anni?

La brava mamma family-manager che tutto sa’ e tutto può (e che nel mentre si trucca come andasse a ritirare un Oscar) avrebbe coscienziosamente preparato la pasta bio con sugo bio ed il set pappa coordinato almeno trenta minuti prima di partire. La sottoscritta sciacquetta, che come scusante adduce l’esaurimento dei neuroni dopo una settimana intensa, parte all’avventura dimenticandosi anche la cosa più basilare che mai dovrebbe mancare nella borsa di una mamma: i fazzoletti.

Si, se andate a manifestazioni simili non dimenticatevene: per i bimbi ma anche per voi, che quei due tovaglioli che vi danno non sono mai sufficienti per le vostre mani e le vostre bocche, figuratevi per dei nanetti affondano impudenti le loro ditina nel cibo.

Tornando al cosa mangiare, la fame e la consapevolezza che il Nano ha quasi due anni mi han fatto scegliere gli arancini al ragù: li apro, li privo della crosta fritta e lascio che il bimbo se la veda col ripieno in totale autonomia.
Nano, inebriato dal profumo di cibo grigliato/fritto/saporito che a casa non sente spesso, ha guardato fin da subito con grande interesse l’arancino. Essendo noi dei bravi genitori organizzati, non abbiamo preso il passeggino e la borsa con le salviette è rimasta nel bagagliaio della macchina, seppellito dai borsoni; tantomeno ci siamo preoccupati di portarci un piattino ed un cucchiaino, confidando in ciò che avevamo visto qualche tavolo più in là: bimbi come lui che affondano felici il loro musetto nel cuore di riso e ragù dell’arancino.

Ed è così che ho avuto la conferma che ogni bimbo è un caso a sé e che mio figlio è un fighettino che non adora sporcarsi le mani.
Quando gli ho porto l’arancino aperto e intiepidito mi ha guardata come dire “quindi?”, dopodiché lo ha scrupolosamente osservato (me l’avevano già detto all’asilo che faceva così ma non ci ho ho voluto credere finché non l’ho visto coi miei occhi) e ha deciso di lasciarlo lì, sul tavolo, preferendo stalkerare i figli del nostri vicini di panca. Capito che non desiderava prenderlo in mano (continuava a posarlo per sfregarsi le mani), gliel’ho proposto su un tovagliolo e gli ho dato una mini-forchettina recuperata dal mio ciotolino di hummus. Al che ha iniziato a mangiare.
Nel mentre che trafficavo con il mio arancino, quello del Nano ed il Nano stesso (che si è poi sistemato in braccio a me) Marito ha fatto in tempo a sbafarsi un hamburger di chianina e una bombetta di Alberobello.

Se state inorridendo all’idea di un duenne che mangia qualcosa di fritto (per la cronaca: la panatura me l’ha scartata) tranquilli, ci sono alternative all’unto come ce ne sono anche per i vegetariani ed i vegani (uno dei primi stand che abbiamo trovato era proprio una vegbrurgeria); per chi invece si sente più cosmopolita non potrà non apprezzare il cibo di strada greco, rumeno, etiope o argentino.

Non sono mancati infine i produttori di miele, formaggi e salumi o piccoli artigiani che hanno esposto la propria merce sul tratto di strada che da piazza Martiri porta a piazza Puccini.

In conclusione l’esperienza streetfood con duenne si è rivelata positiva: abbiamo potuto saziare la nostra voglia di cibo “di strada”, assaggiare qualcosa di diverso (nel mio caso l’hummus dello stand etiope, ripromettendomi per la prossima volta di saltare l’arancino e di buttarmi prima sui kofta) e smaltire il tutto correndo dietro al Nano per via Fratelli Rosselli (trovando anche una coppia di amici che non vedevamo da tempo).

Se volete saperne di più e soprattutto rimanere aggiornati sulle nuove tappe di questa gustosa iniziativa vi invito a cliccare sul sito www.streetfood.it

 

 

 

 

 

 

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