La crisi

-Hai provato a Torino?-.
-Che?-
-…Il lavoro!-
-Ah…-. Smorfia.
-Quindi? Guarda che se non trovi qui non è che puoi stare a casa eh…-
-E vado a fare il disoccupato a Torino?-
-..E allora stai li a cazzeggiare su Facebook, va-.
-..Ma scusa, a Torino? Perchè non a Milano, o in Germania già che ci siamo!-
-Senti… la cassa tra poco ti finisce, io sono in forse in quel reparto-.

Silenzio. C’è poco da dire.
Più di dieci anni nella stessa fabbrica, lavoro di merda ma pur sempre un lavoro a tempo indeterminato. Soprattutto la certezza di uno stipendio, dopo che la ditta in cui lavorava prima era fallita e ancora adesso attende la liquidazione e 4 mensilità.
Poi l’odore della crisi nel 2008, marito e moglie nella stessa fabbrica può essere pericoloso; ci si pensa su giorno e notte, quasi un tarlo: stan facendo fare ferie a tutti perchè c’è meno lavoro, in reparto si parla di cassa integrazione.. se poi finisce anche quella ci sono i tagli. E ritrovarsi senza non uno, ma due stipendi… non ci vuole nemmeno pensare.

Specie con un figlio che sta finendo l’asilo e l’anno dopo andrà alle elementari.

Poco dopo si presenta un’occasione: cedono un’attività, guadagno buono, di lavoro ce n’è a detta del vecchio gestore.. ma proprio per questo bisogna essere in due. Basta fare qualche calcolo per capire che un dipendente preso a tempo pieno o anche solo part-time è una spesa, ma un parente neo-pensionato si fa avanti per dare una mano.
E con queste premesse parte l’avventura.
Alle prime sembra andare tutto ok, bisogna ingranare.. poi una cosa si guasta, qualcos’altro non funziona bene, il parente-collega sembra poco collaborativo, spesso lo lascia solo, poi arrivano altri problemi che lo costringono a smettere. Senza un aiutante la situazione si fa difficile, non basta più l’asilo, serve anche una baby-sitter quando la moglie fa il secondo turno.. dato che i nonni attendono di andare in pensione ma ogni anno questa slitta in avanti e chi lavora in proprio non può ancora smettere.
Pensa e ripensa. Forse è meglio lasciar perdere.

Al vecchio posto di lavoro dicono che lo riprenderebbero volentieri e, seppur con la coda bassa, ritorna. Da allora fa le domeniche, i turni di notte, tutto l’extra-lavoro che gli altri non fanno.. per un contratto che è pur sempre a tempo determinato (“mi dispiace, non possiamo riassumerti con l’indeterminato“).
E le richieste calano. Parte la cassa.

Serve un piano B. Settembre si avvicina ed anche l’iscrizione del figlio alle elementari.
Un giorno arriva provvidenziale la telefonata di un amico: dove lavora lui uno è andato in pensione, bisogna saper usare proprio quel tipo di macchina che maneggia in fabbrica adesso.. e cercano uno da tenere a tempo indeterminato. La strada per arrivare in quella fabbrica è molto più lunga della solita, deve però fare un unico turno e riuscirebbe ad essere a casa per prendere il bambino da scuola e stare un po’ con lui per fargli fare i compiti, indipendentemente dal turno della moglie; se questa oltretutto va a lavoro in bus (la fermata c’è proprio davanti alla fabbrica, mal che vada per il turno di notte si farà portare da qualche collega) continueranno a prendere una macchina sola e forse non c’è da spendere troppo in benzina. Risaluta i capi ed i colleghi, riparte con un contratto che “per prassi è inizialmente a tempo determinato, poi verrà confermato a tempo indeterminato”. Nel frattempo compie 36 anni, è fuori da eventuali contratti di apprendistato se dovesse andar male…
Ma, continua a ripetersi, han detto che poi rinnovano… che problema è?
“Ci dispiace…” dicono i capoccia dopo i tre mesi di prova (i famosi da fare per prassi!). Dispiace molto… ma si sa, c’è crisi, lui ha ormai più di 35 anni, non lo si può inculare con un eventuale contratto di apprendistato come per tanti altri… e via che si va, a casa.

Non resta che ritornare di nuovo al punto di partenza.

E farlo è amaro, perchè per due volte ti han preso in giro.. ed è di nuovo tutto in forse, a partire dalle rate della macchina all’elettricista che doveva sistemare l’impianto un po’ ballerino.
Anche tutto quello che voleva dare a suo figlio (“il bimbo è dotato” gli dicono al corso di musica “lo faccia continuare”!) rimane in bilico, in attesa che gli dicano che è di nuovo assunto nel solito posto di lavoro. Spiegarlo a un bimbo di cinque anni e mezzo è difficile: perché prima si poteva e ora no? Perché non lavori papà? Perché servono i soldi per fare tutto?

Dopo un mese a casa, contratto di 18 mesi. Si va avanti a rinnovo, perchè dicono che assumere a tempo indeterminato è rischioso e costoso, specie per lui che si è già licenziato due volte e ha fatto chiaramente capire che se potesse se ne andrebbe a gambe levate. Ricominciano i turni scomodi, le sostituzioni, tutti i lavori che nessuno vuole fare c’è sempre lui. Si salta la pausa pranzo, si fanno nuovamente gli straordinari e fortunatamente i soldi ritornano e, con un po’ di fortuna, tutto filerà liscio. D’altronde ha lavorato onestamente per più di dieci anni. Conosce le macchine, le pratiche, come muoversi e non si ferma mai a farsi un caffè. Come si può rinunciare a lui?

Arriva il 2012. Nasce un’altro bambino, il figlio ormai è grandicello, studia e fa una vita normale come i suoi compagni di classe: scuola, giochi, corsi extrascolastici, qualche visita dal dottore in più ed un apparecchio per i denti che stra-costa. Poi vengono le vacanze, lo si manda coi nonni (lui con la moglie ci rinuncia per risparmiare) e qualche giorno tutti insieme; non è il massimo, specie perché quei momenti in cui sono solo loro, liberi dalle inevitabili discussioni, mancano tanto:
mai un ristorante, mai un extra, anzi, l’unico extra è la schedina con la quale si spera di rimettere in sesto le finanze. Sabati sera in casa, a giocare coi figli, magari con gli occhi che si chiudono per la stanchezza di una settimana di turni di notte.
Ma si, una vita che tutto sommato va bene.
Infondo una volta era peggio, no?
E mentre ci si convince di quella frase, ripetuta come un mantra ogni mattina, un altro mese di scarsa produttività.
Ma stavolta finisce la cassa integrazione e stop.
Licenziato.
Si sente dire che se non se ne fosse mai andato non sarebbe mai successo.. ma ormai anche chi è sempre rimasto è finito in cassa, e poi a casa. Si sente anche dire che se avesse evitato di mettere al mondo un altro figlio sarebbe stato meglio.. ma allora chi fa più figli? Togliamo il diritto alla vita perchè quattro stronzi ai piani alti hanno scatenato una crisi devastante per il ceto medio? Si sente dire che dovrebbe allontanarsi da quella provincia morta, dove ormai tutto chiude e tutto fallisce, che se già in Italia va male, li va anche peggio.. e quindi? Partire il lunedì per lavorare fino al venerdì o al sabato, stare via la settimana, non vedere i figli crescere per la differenza tra lo stipendio e l’eventuale affitto in un monolocale a 300 km da casa? A ben vedere.. ne varrebbe la pena?

Rispondete, voi che avete il culo al caldo, è questa l’Italia e gli italiani che volete? Gli piacerebbe chiedere a tutti gli economisti e politicanti milionari. Ma non può domandare nulla. è uno dei tanti disoccupati. Uno dei tanti che sono nella merda. Uno dei tanti che dovrà inventarsi un modo per mandare avanti dignitosamente una famiglia.

-Dai, va bene.. domani vado a Torino-. Risponde. Negli occhi della moglie un accenno di sorriso. Forse non ci crede più nemmeno lei.
-Grazie tesoro-. Risponde.
-Poi al massimo provo anche in Veneto.. mi han detto che c’è più movimento.. potrei provare eventualmente a stare la in qualche monolocale per tutta la settimana e scendere giù sabato e domenica… Poi vediamo-.
-Si.. poi vediamo-. Gli fa eco lei.
Non piangono più ormai.
Ormai si arrabbiano guardando il telegiornale, allora camminano per casa, guardano i propri figli. Ormai i dubbi sul futuro si sprecano.

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