Inutili tutorial: come mettere su un gruppo rock e spaccare i culi – Capitolo Terzo: i locali

Bentornati, avete ancora voglia di realizzare quel sogno di andare a suonare in giro per la provincia alla ricerca di gloria e pheega?
Esclusivamente per amore verso i miei colleghi “scalzacani“*, prosegue la mia guida su “Come mettere su un gruppo e spaccare i culi“.

(Se ve li siete persi, ecco qui il primo ed il secondo, avvincente, capitolo.)

Siamo giunti al momento più delicato in assoluto per la band e per la salute mentale dei suoi componenti:

La ricerca dei locali in cui suonare

Questo passo rappresenta infatti un duro scoglio che la band dovrà affrontare unitamente e senza perdersi d’animo perché è noto che tra i primi motivi per i quali un gruppo va in mona c’è la frase:

“Si ma figa, qui non si suona mai”.

Per dimostrare che io non ho in odio a priori la categoria dei gestori dei locali (in fin dei conti ci sono persone peggiori, tipo gli strozzini ed i profanatori di tombe), inizio dandovi dei validi motivi per cui questi avrebbero tutto il diritto di sfancularvi, tipo:

Non sapete suonare.

Allora, capiamoci: quello di mamma, papà, zii e parenti tutti non è (per quanto essi spergiurino) un parere sincero. A meno che non siate figli di musicisti o di genitori con zero empatia nei vostri confronti, non vi sentirete mai dire la verità, cioè che il risultato di quelle quattro ore di prove settimanali non è altro se non  un’accozzaglia di note calanti e fuori tempo e che concedervi una data è un crimine contro l’umanità.

Non sapete suonare e pretendete pure un cachet da professionisti.

Ecco, questo non è solo disonesto ma pure oltraggioso. Come minimo vi meritate una sgabellata sui denti anche da parte di chi invece si fa il culo per suonare bene e si ritrova a dividere miseri compensi dopo tre ore di live.

Non sapete suonare, pretendete un cachet da professionisti e vi spacciate pure come tali.

Il non plus ultra. Se vi inventate una carriera inesistente, millantando collaborazioni con grandi nomi, date in locali seri e sparate un cachet altrettanto insensato per poi stuprare le orecchie degli avventori con performance da gruppo delle medie… beh, non stupitevi se la vostra strumentazione prende apparentemente fuoco da sola.

Premesso ciò (e sono sicurissima che voi, miei lettori, di certo non fate parte di questa nequizia), passiamo alle categorie di gestori in cui vi potreste imbattere. Se siete dei gestori e non avete un buon senso dell’umorismo vi prego di abbandonare la lettura e andare a bruciare i demo che qualche povero pirla vi ha portato fiducioso.

I gestori possono dividersi nelle seguenti tipologie:

L’amante dei marchettoni.

Ovvero la categoria più numerosa. Per loro esistono solo tre possibilità: il tributo a Vasco, il tributo a Ligabue e il tributo agli 883. Già i Negrita suonerebbero pericolosi per questi gestori, i quali temono la fuga del cliente medio italiano che, come già ampiamente dimostrato, di musica capisce uncazzodiniente.

L’entusiasta impreparato.

Vorrebbe, ma non può.
Vorrebbe nel senso che si, adora le band che suonano dal vivo e non fanno mai storie per cachet, volumi e pasti offerti anche ai parenti di secondo grado dei musicisti. Però non sanno che quelle due casse da stereo non possono considerarsi un “impianto”, quell’unica presa da cui escono scintille non è proprio a norma e che senza un’adeguata insonorizzazione la serata col tributo ai Motorhead potrebbe causare qualche dissapore con gli inquilini del palazzo di fianco, se non l’arresto per disturbo della quiete pubblica.

Lo stronzo.

Altresì detto Mefisto (soprannome dell’ex gestore di un noto locale poco fuori da Lodi che il 98% delle band che vi hanno suonato vorrebbero vedere impalato) è quel gestore che, quando incontri, vien spontaneo chiederti perché mai faccia suonare anziché accontentarsi di mettere un cd o assumere come dj uno sfigato a caso (cosicché da non doverlo pagare). Come metti piede nel suo locale ti ha già in odio e andrà avanti così fino a quando non leverai dal suo palco ogni residuo del tuo essere, anidride carbonica espirata compresa.
Non importa quanta voglia ed entusiasmo tu abbia, riuscirà a farti rimpiangere la serata in pigiama, sul divano, a guardare Don Matteo con tua madre.
Inutile dire che il più delle volte inventa una palla e non paga.

Quello che dice si ma non ha capito un cazzo.

L’approccio non è difficile, poichè fila tutto sospettosamente liscio: vi ha concesso la data anche se avete chiaramente detto che siete un tributo ai Megadeath (scandendo due volte per sicurezza) e gli avete pure lasciato il demo con video ed mp3. Nonostante gli avventori siano piuttosto fighetti ed il locale non sia esteticamente accettabile per gli amanti del genere, iniziate a suonare: al primo ritornello vi stacca la corrente incazzato come una iena perché pensava che foste un tributo alla boy band in cui ha esordito Robbie Williams (i Take That, per intenderci).

Quello che ha il locale che conta.

Inutile dire che il suo locale è l’ennesimo pub rilevato  e che verrà presto rivenduto poco prima della bancarotta, lui è convinto di possedere qualcosa tipo il compianto Rolling Stone o l’Alcatraz. Per questo vi guarda schifati quando gli chiedete se ha posto per una data e vi dice: io lavoro solo con un’agenzia specializzata, bla, bla, bla… omettendo che trattasi di un’agenzia gestita dal cugino che il più delle volte procaccia spogliarelliste ai night o orchestre di liscio a case di riposo. Comunque tranquilli, alla fine la data, previa scenetta in cui fingerà di non avere un buco fino al Natale 2019, ve la darà.
E pagherà, nonostante il locale che conta, una miseria.

Quello che ha il locale che conta sul serio ma nella provincia.

Scacciandovi come mosche dal dessert, lui prende solo gruppi tramite agenzia.
Già, peccato che non siamo né a Roma, né a Milano, o in una qualsiasi grande città in cui locali con così grandi aspettative resistano per più di qualche anno.
All’inizio solo gruppi dell’unica agenzia esistente in provincia, poi gruppi anche non sotto contratto ma comunque tributi a gruppi stra-conosciuti, poi cover-band (ma di un certo livello) e alla fine anche i diciassettenni alle prime armi col metal.
È una ruota che gira, basta saper aspettare: vi richiamerà offrendo pure qualche euro in più.

Quello che “vi do una data al mese, basta che non andiate a suonare da quelli davanti”.

No, non è vero che vi darà una data al mese e anche se fosse non è un manager e nessun proprietario dovrebbe permettersi di limitare la già scarsa attività live con pretese di questo tipo. Certo, pagasse bene si potrebbe anche fare, ma no, scordatevi un cachet per cui valga la pena accettare.

Il fuggitivo.

Serata andata bene, pubblico caldo e partecipe, bis, tavolata di gnocche in tenuta da addio al nubilato e probabile combino con una delle tipe. Di meglio non si poteva fare. Il gestore questo lo riconosce, quindi, come scendete dal palco, corre a rinchiudersi nel ripostiglio dicendo alla cameriera che ha la dissenteria e deve filare a casa.
L’unico modo per recuperare i soldi è piantonare il locale fino al mattino successivo, aspettandolo in due alla porta d’ingresso e gli altri a quella posteriore.

 Il filantropo.

“Vi faccio suonare perché credo nei giovani talenti, sono arcistufo delle solite band, basta, voglio gente nuova e voi siete linfa vitale per il panorama musicale della zona, ecco perché vi do la data, voglio farvi conoscere a questa provincia morta, svegliare un po’ questi animi sopiti, far girare musica diversa! Ovvio che non ho i soldi per pagarvi la serata…”.
Ovvio che te ne vai a fanculo.

Quello sull’orlo del fallimento.

Le ha provate tutte, dal chupito party al dj, dalla gara di karaoke alla tavola fredda a mezzogiorno. L’ultima spiaggia che gli è rimasta, per portare un po’ di gente al suo locale, è far suonare: è convinto che una band debba per legge garantire la presenza di almeno tre clienti a musicista, che questo abbia il potere di costringere parenti e amici a consumare le sue piadine ammuffite da 6.00€ e che quindi, dandovi la data, riesca a saldare due anni di debiti col fisco.
Se al concerto ci saranno quattro gatti, sappiatelo, la colpa non è sua che serve cibo scaduto in stoviglie sporche, ma vostra che non sapete portare gente.

Comune a quasi tutte le categorie qui sopra è la domanda-tormentone: “Ma quanta gente mi porti?” alla quale vien spontaneo rispondere “Cazzoneso, mica sono il tuo PR!”, la trattativa “o il pasto prima del concerto o il cachet” che va affrontata scegliendo il cachet e andando a mangiare nel parcheggio la parmigiana che vi siete portati da casa e l’accattivante offerta “mah, voi iniziate a venire e vediamo come va, se c’è un buon riscontro col pubblico vi do’ qualcosa” a cui si risponde “noi iniziamo a prendere il cachet, poi vediamo come va, se ci piace il locale suoniamo anche”.

Bene, ora non vi resta che stampare le vostre locandine, preparare i demo e incamminarvi verso la lunga e perigliosa strada del successo. E come sempre… #StayTuned!

*Termine usato da un bassista professionista nei confronti di tutti quelli che non son professionisti e suonano lo stesso.

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