Il profumo di Vecchio

Nella top ten delle domande riguardo la nostra vita da neo-genitori, subito dopo le intramontabili “dorme la notte?” e “ne hai di latte?”, compare:

“Ma adesso col bimbo come fate a fare tutti i vostri viaggetti?”.

Spesso rigirata in varianti più o meno acide tipo:

“Certo che adesso addio viaggi, eh…”.
“Sarà dura per voi starvene sempre a casa col bimbo…”.
“Eh, adesso vi toccano le ferie come le persone normali* [“eh, che vuoi, quest’anno niente caccia ai vampiri o tentativi di conquistare il mondo, per l’anno prossimo però due zombie li secco…”].

Comunque la risposta è abbastanza semplice e si articola sui seguenti punti: in questi otto mesi il mio cervello s’è focalizzato sul bambino, della parola “viaggio” o “ferie” se n’è ricordato questa settimana perché mio marito ha tirato fuori una guida della toscana; al momento per me “vacanza” è quando torno nel vercellese e faccio coccolare mio figlio dai suoi nonni, cosicché io possa stravaccarmi sul divano senza preoccupazione alcuna. Ad ogni modo ho la fortuna di avere un figlio che, una volta in macchina, dorme beato (con le dovute soste) da Trescore City al pistoiese, fino a San Gimignano; con un po’ di organizzazione e con ritmi più lenti riusciamo anche noi a schiodare il culo da casa (..con buona pace di chi, per somma frustrazione, si augura il contrario).

Fortuna vuole pure che Trescore Cremasco abbia, nel raggio di una cinquantina di km, parecchio da offrire. Dato che abbiamo recuperato l’auto dal meccanico che erano le tre del pomeriggio, ci siamo detti “perché non andare finalmente a vedere quella pieve proto-romanica che c’è a Palazzo Pignano?”.
E tac: bimbo in macchina, omogeneizzato alla frutta e cucchiaio per lui, focaccia per noi.

Dopo un primo giro a vuoto per Palazzo P. (“ma il cartello non c’era già alla prima rotonda? Oh, ma con tutte le volte che ci siamo passati davanti…“) abbiamo fatto la strada a ritroso e ritrovato l’indicazione.

La pieve rimane in paese, vicino al cimitero dove c’è posto per parcheggiare. Nelle sue vicinanze c’è la zona archeologica (visitabile tutta la settimana dalle 9.30 alle 13.30, le visite pomeridiane sono il primo ed il terzo sabato del mese e la seconda e la quarta domenica) che offre pannelli esplicativi ed eventualmente audio guide o la guida in carne e ossa; se vi interessa, cliccando qui finirete sull’esauriente sito cui mi sono rivolta per soddisfare la mia sete di conoscenza 🙂

Il bambino ha apprezzato la bella giornata e la merenda al parco, io e marito la primavera, la quiete del posto ed il passeggiare in una zona risalente all’anno mille, a quattro passi da casa nostra.
Raggiungibile senza strade a pedaggio, oltretutto.

Nel mentre pensavo, guardando il muro della pieve composto da mattoni di diversa forma ed età, che permettersi di gironzolare per strade che esistono da un migliaio di anni non è poi così comune: c‘è gente che si spara dodici ore di fuso orario per sentire l’odore dell’antico mentre io, con cinque minuti di macchina, posso guardare i resti di una chiesa risalente al mille che sbucano fuori dal pavimento di un’altra chiesa costruita quattro secoli dopo, rimaneggiata, ristrutturata, i cui muri, che mostrano un mosaico di mattoni di forme e dimensioni diverse, sono testimoni del lavoro di uomini nati a secoli di distanza ma cresciuti sempre all’ombra di quel campanile, in mezzo a quei campi.

Un grandissimo privilegio, a ben vedere.

Come lo è il fatto che la metà delle nostre case poggino su fondamenta romane o medioevali, avere più chiese antiche che “moderne”, o come essere nata in una cittadina definita per anni pallosa ma che ha i suoi musei e i suoi eventi culturali (si, pochi in confronto alle sue potenzialità, ma ci sono).

Come lo è entrare in un luogo come questa pieve protoromantica e godermi il profumo di Vecchio.

*Giuro, han detto così.

 

 

 

Precedente Questione di organizzazione Successivo Di fighe di paese