Grande

Eccoci, siamo arrivati.

Come al solito siamo in bici, abbiamo percorso tutta la strada da casa sotto alle nuvole, abbiamo aspettato che ci dessero la precedenza sulle strisce (e come al solito mi hai sentita tirare gli accidenti a tutti quelli che non ce la davano), abbiamo elencato tutti i colori dei murales di via Zavaglio, abbiamo suonato il campanello prima di girare l’angolo, abbiamo fatto “oooppaaaa” sul dosso e, arrivati davanti al cancelletto, ti ho messo giù.

“Stai li, eh!” mi sono raccomandata.

Tu hai obbedito perché ormai, salvo qualche raro caso, non scappi più, sai che nella via girano le macchine e sai che è pericoloso.
Quindi rimani lì di fianco a me mentre appoggio la bici al muretto.

D’altronde sei un bimbo grande ormai.

E, proprio perché sei grande, mi chiedi di suonare il citofono. Quando chiedono chi è tu ridi perché adesso un po’ fai il vergognoso, non sei più quella pallina tonda di un anno che si fiondava inconsciamente tra le braccia delle matate. Solitamente devo rispondere io perché te fai il vergognoso e ti arrabbi pure perché comunque volevi annunciarti da solo.

Ma oggi no.
Oggi l’abbiamo detto all’unisuono, ridendo.
Poi, come tante altre mattine, abbiamo rispettato il nostro rito: la serratura scatta, ti pari davanti a me, io mi fermo e lascio che mi guidi: “apre Dadide, vieni mamma, chiude Dadide”.

Perché, come mi confermi sempre più spesso a voce, si.. sei proprio grande.

I tempi in cui dovevo slacciarti dal seggiolino, tenerti in braccio e fare tutto con una mano sono ormai un vago ricordo. E a pensarci non so nemmeno più quando è stata l’ultima volta che ti ho portato dentro in braccio.. salvo la prima, quando abbiamo fatto il colloquio.

Quella me la ricordo benissimo.

Siamo usciti, senza che me ne accorgessi, quasi vestiti uguali: salopette corta blu sia io che te (fortunatamente la tua era più chiara ma l’effetto famiglia-playmobil c’era lo stesso); ci ha dato il benvenuto la direttrice del nido, colei alla quale ti avrei affidato per due anni senza mai nutrire un dubbio o del timore.
Tu gattonavi ancora e hai gironzolato ovunque, poi ti sei fissato che dovevi proprio andare dietro alla scrivania che era l’unico punto off limits della stanza.

E li sì.. eri proprio piccolo.

Le matate da allora si sono prese cura di te, come faranno anche oggi per l’ultima volta.

Entri, ti butti sul divano e fai di tutto per non farti togliere le scarpe; quando finalmente te le sfilo, te le consegno e le vai a sistemare (sempre nel cubetto più lontano dal tuo appendino!) poi chiedi le calze che sai già che non ce le ho dietro perché è estate e con le antiscivolo ti cuociono i pedi.

E ti avvii coi tuoi piedini scalzi che fanno “ciac ciac” sul pavimento.

Quel suono continua a farmi la stessa tenerezza di due anni fa, anche se ormai non aspetti neanche l’educatrice: a passo spedito raggiungi il corridoio e, mentre scompari dietro l’angolo, mi lasci con un CIAO affrettato che mi fa sempre sorridere e mi rende tanto fiera di te.

Ed io torno a casa.

Ripenso a quel senso di stupore e meraviglia di quel primo giorno che ti abbiamo lasciato da solo al nido: un’ora soltanto (facevamo l’inserimento) che a me pareva una vacanza di due settimane a Ibiza. Ripenso ai primi lavoretti, alle attività di cui mi parlavano le educatrici quando ti venivo a prendere a come non credevo possibile che riuscissi a cavartela così bene senza mamma e papà.

Ripenso a quanto quell’asilo nido sia stato per noi una benedizione.

Educatrici meravigliose, una direttrice che ha disegnato un percorso mirato non solo alla crescita tua ma anche di noi genitori, gli incontri con le altre mamme e i laboratori che mi hanno permesso di capire che non sei solo tu a non voler stare seduto o a strillare quando non si deve, le prime chiacchierate… la mia prima “routine” in quel pezzo di Lombardia che ancora non riuscivo a sentire “casa”.

Cosicché, dal sentirmi sconfitta per non essere riuscita a fare la mamma montessoriana-green-familymanager, sono passata a sentirmi finalmente bene e a trovare equilibrio in questa nuova vita a tre.

E mentre faccio le valigie per il Rockin’1000 penso a quanto mi dispiaccia non portarti più in quel piccolo angolo sicuro, in mezzo ai compagni che conosci per nome (e di cui riconosci anche mamme/nonne/papà) e alle educatrici che tanto ti hanno coccolato. A settembre ci aspetta la materna con nuove insegnanti, nuovi compagni, nuove abitudini, insomma… un nuovo mondo che forse sarà meno ovattato sia per te che per me.

Ma non sono poi così preoccupata.

Perché ora sei grande.

grande

 

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