E prima o poi doveva finire tutto…

Valigie semi aperte e mucchietti di indumenti quasi invernali mi fissano. Sto studiando cos’è meglio da fare: iniziare a lavarli? Lavare prima tutta la casa? Entrambi? Lo stendino dov’è finito? che ore sono? Ma quei calzini? che fine han fatto?
Ancora non ho ripreso il fuso orario. Di notte non dormo e, come ieri, mi alzo a ore veramente tarde, finendo col cenare a notte fonda come se stessi pranzando. Ecco, a proposito.. un enorme ringraziamento va a mia nonna che ha provveduto a fornirmi la verdura ed un bel mezzo chilo di mirtilli che mi stanno salvando dalla carestia. I surgelati che avrebbero dovuto fornirmi assistenza sono rimasti nel congelatore dei miei e, siccome partiranno la settimana in cui io sarò libera per scendere, li ci resteranno ancora per un po’.
Che tutte le cose belle prima o poi finiscano l’ho sempre saputo.
Come quando l’ultimo giorno a New York (l’unico soleggiato tra l’altro) mi godevo al Beans una enorme fetta di  red velvet cake. Io, mio marito, i miei amici e la mia amata città dei sogni. Tutti eravamo seduti rilassati, soddisfatti da queste enormi fette di dolce e dalla settimana che avevamo trascorso insieme.. eppure, in un piccolo angolino di palpebra, c’era una l’inizio di una contrazione, quelle che poi fanno strizzare l’occhio facendo capire che la tua mente si sta ritirando in qualche pensiero.<

br />Per qualcuno la contrazione era il lavoro, un ex, il futuro, le spese.. per me era una persona che sputava veleno. Sapevo che quando sarei tornata, tutta felice, avrei dovuto riavere a che fare con quell’odiosa situazione in cui qualcuno parla male di te e cerchi di capire chi sono i veri amici che ti supportano e chi quelli superficiali che danno retta a scemenze inventate su due piedi. Quei sette giorni di esaltazione (come si fa a non esserlo quando sei a NY con gli amici più cari?) li avrei rimpianti per i mesi a seguire, quando qualcuno preferì credere alle menzogne, preferì sparire nonostante i “ma io per te ci sarò sempre”, preferì far finta di non aver condiviso con me ansie, paure e sfoghi. Fino a giugno, quando mio marito mi accompagnò di nuovo a Malpensa, pronti per ritornare oltreoceano.
25 giorni a parlare, mangiare e quasi comportarsi in modo diverso. Lo ammetto, adoro parlare italiano quando sono circondata da stranieri. Primo perchè molte volte ci han chiesto se eravamo italiani per dirci che la nostra lingua è “so lovely” da ascoltare. Secondo perchè le mie orecchie non si distraggono a seguire altri discorsi, sentendo magari pareri indesiderati o commenti acidi. E poi è un mondo diverso, dove gli orizzonti sono decisamente più ampi e le persone non restano sulle loro; ad esempio a Pheonix stavo scattando una foto ed un signore che passava di li ha attaccato bottone: che macchina è, wow, io ho il modello dopo, volevo quello più recente ma stracosta, complimenti, è un’ottima macchina, fai foto per passione? Bello, brava! Anzi.. Great!
Li adoro. Perchè c’è una spontaneità che l’europa ha perso. Soprattutto in Italia, dove solo in toscana (lo sono da parte di mamma) c’è l’arte di attaccar bottone senza essere invadenti, parlando del più e del meno senza avere un fine, sia esso amoroso o malevolo. C’è anche una gentilezza quasi imbarazzante da parte di tutte le persone che lavorano nel settore del turismo, dai ranger che ti riempiono di cartine e consigli, agli albergatori che mentre li paghi ti stanno ancora dietro per cinque minuti a domandarti dove andrai e da li a consigliarti cosa fare e come muoverti. Non mi sono mai sentita straniera se non per la lingua che, ahimè, stento a ricordare e mi impedisce di fare un discorso più che scolastico.
Dicevo, tutto finisce.
Così siamo ritornati a casa e a Malpensa un forforoso poliziotto ha contraccambiato con una smorfia insofferente il mio sorridente “buongiorno”. Forse era perchè stava finendo il turno? Aveva un lutto? Una situazione pessima a casa? Cose che invece il poliziotto canadese che mi aveva accolta alla dogana (ed anche il nerboruto ispanico che c’era a New York) non dovevano patire?
Chi lo sa, voglio pensarla così… che se uno è scortese o triste ha evidentemente un serio problema che gli impedisce di essere gentile o anche solo di lasciarsi scappare un sorriso. Non voglio pensare che qui siamo tutti incazzati e chiusi per abitudine.

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