Dilemmi stagionali.

“L’hai indossato nell’ultimo anno?” domanda Carla Gozzi nel suo post sul cambio armadio.
NO.
“Ci entri ancora?” mi chiedo io.
Ovvio che NO.
“è riciclabile in qualche modo?”
No, e se si consuma ancora un po’ non è nemmeno riparabile.
“Che ca**o te lo tieni ancora nell’armadio?”
Eh… Sono una fottuta sentimentalista.

Ecco, puntuale, il botta-risposta cui vado incontro per larga parte dei miei indumenti quando la stagiome vira dalla calda, allegra estate al cupo e piovoso autunno. Io mi accuso e, sempre io, mi sprono a fare una seria e ragionata cernita, dopodiché io me medesima mi controbatto e mi convinco a non buttare l’ennesima maglietta-da-cagotto (non essendo io una fashion blogger non so come altrimenti definire le magliette che lasciavano la pancia scoperta nei primi anni del 2000). Risultato: l’armadio rimane straripante e di anno in anno si mangia un’altra fetta della parte di mio marito.
Che no, non ha la mia patologia da accumulatrice seriale.
Ma possiede tante camicie.
Questo basta.

Comunque, dicevo, sono una maledetta sentimentalista e, ad ogni cambio d’armadio, l’unica soluzione che mi pare ragionevole è farmi costruire (non so onestamente dove, problemi dell’architetto che verrà eventualmente chiamato) una cabina armadio.

Ho già avuto serie difficoltà quando ho fatto le valigie per trasferirmi qui a Crema, piangendo pensando a quelle povere magliette che non sarebbero mai più state indossate da me nonostante i dignitosi anni di servizio: un esempio su tutte la mia adorata maglietta della Diesel.
Non solo ancora adesso mi piace il disegno che portava sul davanti.
Non solo me la metterei nonostante mi farebbe scoprire un’imbarazzante pancetta (ce l’avevo già ai tempi, ma ce l’avevano tutte di fuori, non era un problema).
Non solo era sportiva ma passava per adatta per i pochi impegni mondani che avevo all’epoca. Soprattutto: era la mia prima maglia firmata.
Ora io non so se le quindicenni d’oggi possano capire l’eccezionalità di una maglietta firmata Diesel, ma fatemici provare: i miei pagavano il mutuo, le bollette, il liceo a me (ero al primo anno) e le elementari a mia sorella. A mio papà era venuto a mancare il saldo di un lavoro di una quarantina di milioni di lire e l’eroica Alfa Romeo 33 color-canna-di-fucile era alla fine della carriera. Ergo, le cose futili (tipo i giochi, il computer e l’abbigliamento) entravano in casa solo per Natale, Compleanni ed eventi religiosi tipo Cresima o Comunione.
Io ero un’adolescente con l’autostima scassata da tre anni di prese in giro alle medie, i miei principali leitmotiv erano: “Sono grassa e nessuno mi vuole” (e per grassa intendo un sovrappeso di dieci chili), “Sono piena di brufoli, ma percheccazzoporco il mondo ce l’ha con me” e “Nessuno mi amerà mai, morirò sola“. Credo che mia madre avesse capito ancora prima di me che un nuovo look avrebbe potuto aiutarmi, così, andando verso Biella, trovammo un outlet della Diesel e ci infilammo in quella che sarebbe passato alla storia come il primo pomeriggio di shopping.

Conclusosi felicemente con l’acquisto di tre magliette a manica corta, aderenti.

Ora, non è che le cose cambiarono magicamente: chi mi sfotteva continuò tranquillamente a sfottermi, e i ragazzi che non mi cagavano continuarono a non cagarmi. Però avevo una maglia firmata, che mi avevano comprato pur non essendocene una da buttare, ero entrata in un nuovo meccanismo (di cui sono vittima ancora adesso): compro, ergo mi sento figa.
Che è sbagliato, lo so, però avevo una maglietta firmata come le altre ragazze, e mi sembrava di essere su un altro pianeta, non più nella casta dei paria dove mi ero auto-relegata.

[…E, a mia discolpa, aggiungo che per noi donne da secoli lo shopping funziona da: anti-depressivo, anti-stress, rinforzo dell’autostima e della vita sociale].

Tornando a prima, quella maglietta per me ha coinciso con l’adolescenza, i primi timidi baci, le prime fughe in motorino e tante altre bellissime cose. Buttarla, anzi, darla ai meno fortunati, mi è parso un alto tradimento nei suoi confronti.
E questo era solo un esempio.

Io i jeans a zampa e le magliette a manica larga mica li ho dati via, li tengo religiosamente piegati e profumati in un contenitore in attesa che la moda ritorni al 2003, quando avevo 19 anni, la taglia 40 e i capelli corti; tirare fuori queste cose da sotto al letto mi crea il pathos di Howard Carter nella tomba di Tutankhamon, di Indiana Jones davanti l’arca dell’alleanza, insomma… se apro quel contenitore Ikea apro il mio mondo a 18 anni.

Quindi, anche quest’anno, presa dai rimorsi toglierò ad vitam dall’armadio circa il 5% degli indumenti.. Previa selezione di mezzo guardaroba (quello che effettivamente non ho più indossato nell’ultimo anno), di cui poi salverò il 50% perché “sai mai che poi le mode ritornano“, il 30% perché “non mi entra ma posso dimagrire quando avrò voglia di impegnarmi” ed il 15% perché “un po’ di taglia e cuci e lo adatto“.

Per la cronaca gli ultimi due casi non si sono mai verificati, sul fatto che le cose prima o poi ritornino di moda.. sto aspettando.
Fiduciosa.
Davvero.

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