Di mammitudine e Cappuccetto Rosso

Probabilmente ho dei ricordi distorti dell’infanzia, dovuti ai sentimenti, al passare del tempo e al progressivo rincoglionimento a cui vado inevitabilmente incontro con l’avanzare degli anni.

Un esempio è il momento della favola della buona notte, nella fattispecie: la favola di Cappuccetto Rosso.

Tipo che mi ricordavo una cosa semplice e romantica: io sotto alle coperte, mamma seduta sul bordo del letto, la favola raccontata in un religioso silenzio, sbadiglio, bacino della buonanotte e tanta nanna.

Il tutto concluso, tassativamente, entro le nove e mezza di sera.

Con il Nano, trent’anni dopo, scopro che questo tenero momento pre-nanna è un attimino diverso anche se, il tutto, comincia sempre con la solita frase.

“C’era una volta Cappuccetto Rosso…”

Ma.

Parte subito un severo distinguo: “No mamma, parlo io!” se vuole alternarsi a me nella narrazione oppure “parla te mamma” se lascia tutto a me l’onere.

Una volta stabilito chi racconta cosa e per quanto, si prosegue.

“…Che viveva con la sua mamma in villaggio, ai margini del bosco”.

-Ed il papà?-
Eh. Me lo sono sempre chiesta anche io. Ma mi defilo così.
-Non c’era-.
-Era a lavorare?-.
-Si! Si… Era a lavorare-. Sospiro di sollievo. Non che io non voglia affrontare il tema delle separazioni, abbandono di minori o lutti, anzi, ma alle dieci di sera mi viene un po’ difficile.

Andiamo avanti.

“…Un giorno la mamma manda Cappuccetto Rosso a portare il pranzo alla nonna, che si era ammalata…”.

-E cos’aveva?-.
Mi domando, ai fini della storia, soprattutto quando entrambi stiamo sbadigliano per il sonno, se abbia così tanta importanza. Evidentemente per il Nano, che sbadiglia quanto me ma non si addormenta, si.
-Febbre, tanta febbre-.
-Oh, poverina!-.
-Già…-.
Si badi bene: se una sera ti sbagli e dici qualcosa tipo “mal di pancia” non la passi liscia. Bisogna essere precisi (per la sfiga del papà e di chiunque altro si trovi al posto mio nel ruolo di narratore).
-E perché aveva la febbre?-.
-Perché aveva preso freddo-.
-Non si era coperta bene?-. Ah ecco, penso, allora quando gli dico di coprirsi che altrimenti si ammala mi ascolta.
Comunque.
-Eh si-.
-E perché non si era coperta bene? Non aveva la giacca?-.
Svio anche questo tunnel di “perché” e proseguo.

“…La nonna però abitava lontano, in una casetta, nel bosco…”

-E perché la nonna è a casa da sola se sta male?-
“Perché sono dei disgraziati e probabilmente i servizi sociali dormono” mi verrebbe da rispondere ma d’altronde stiamo parlando di una famiglia in cui una bambina in età scolare viene mandata da sola ad accudire una nonna indigente.

Bambina che, oltretutto, deve avere dei grossi deficit nella vista se non riesce a distinguere sua nonna da un lupo.

-Beh, la nonna…-.
-E perché abita nel bosco e non nel paese?-. “Probabilmente odia la gente e la capisco anche” ma non posso rispondere così.
-Perché la casa l’han costruita lì-.
-E perché l’hanno costruita lì?-.
-Perché costava meno-.
-E perché?-.

Ridacchia, sa che sono a corto di argomenti. Rido anche io, gli do un bacino e proseguo perché, sottolineo, sono le dieci e dieci e domani mattina poi siamo due zombie (più io che lui a dire la verità).

“…Ma per andare dalla nonna c’erano due strade…”

-E cappuccetto prende quella corta-. Anticipa. -Ha disobbedito alla mamma perché è pilisu*-.
*[sciocchino, in dialetto piemontese]
-Esatto, proprio come quando ti dico di non fare una cosa e te la fai lo stesso-.
-Ma no mamma, io sono bello-. Chiude lui il discorso col suo cavallo di battaglia.

“…A un certo punto, nel bosco, Cappuccetto incontra il lupo che, sul subito, la voleva mangiare…”

-Perché voleva mangiarla?-.
-Aveva fame-.
-Ma non poteva mangiarsi i biscotti?-.
Si, infatti. Ma andiamo avanti che, tra un’obiezione ed una precisazione, abbiamo fatto le dieci e un quarto.

“…Dopo aver salutato Cappuccetto Rosso il lupo inizia a correre veloce…”

-A quattro zampe, mamma!-.
-Si, a quattro zampe-. Non lo so, questa immagine gli piace particolarmente. Infatti, quando qualcun altro gli racconta la favola e dice semplicemente “corre” lo fa presente subito

“…Arriva dalla nonna e se la mangia in un sol boccone, senza neanche masticare…”

-E come fa a mangiarla allora?-.
-Eh, non la mastica, la manda giù e basta-.
-Ma è grande! [la nonna]-.
Seguono supercazzole per giustificare ciò che è impossibile anatomicamente.
-E poi la nonna non si mangia!-. Aggiunge lui con l’aria di uno che ne sa.
-Lo so tesoro, ma lui aveva fame…-.
-Neanche la mamma si mangia!-. Pfiu, meno male! -E neanche Davide. Davide è bello!-.

“…Bla bla orecchie, bla bla occhi, bla bla bocca… Il lupo cerca di mangiare Cappuccetto Rosso ma non ce la fa…”

-Perchè?-.
“Perché è un idiota” penso “se masticava la nonna non si ingolfava, digeriva e si sbranava anche Cappuccetto senza problemi” però non gliela posso mettere proprio così:
-Perché gli era venuta la pancia grossa-.

E finalmente, alle dieci e mezza, si arriva al finale:

“…ma arriva il guardiaparco”.

-Mh-. È l’unica cosa che riesce a obiettare mio figlio, ormai con un piede e mezzo nel mondo dei sogni.

E dato che sono anni che trovo profondamente ingiusto che un povero lupo venga squartato per aver mangiato una svampita mandata in giro da una madre incosciente, ho deciso di cambiare il finale.

Il lupo non viene ucciso, anzi, dopo essere stata sputata fuori, la nonna gli propone di smettere di mangiare le persone che passano per il bosco in cambio di un pasto fisso da lei, ogni giorno. Il lupo accetta felice, si affeziona alla famiglia di Cappuccetto Rosso e tutti vivranno felici e ciccioni, dato che la nonna era di origini pugliesi.

Concludo soddisfatta la favola, contenta di aver infuso in mio figlio un piccolo esempio di resilienza e di risoluzione pacifica dei problemi che, secondo me, è bene fare fin dalla più tenera età.

Anche se ormai dorme e non ha sentito una parola del finale.

Cappuccetto Rosso

 

 

 

 

 

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