Di bambini e social network

Ricordo benissimo il sentimento di odio misto a frustrazione che provai quando mio padre annunciò che il motorino, per me segno di emancipazione ed escamotage per ottenere l’attenzione della figanza del paese, non sarebbe giunto per il mio quattordicesimo compleanno.
Era stato un periodo economicamente difficile, la nostra alfa 33 color canna di fucile stava tirando gli ultimi colpi e le spese per il liceo erano dietro l’angolo. Non era proprio il caso. E ricordo benissimo, allo stesso modo, qual tripudio di gaudio, gioia e commozione quando invece mio padre quel motorino me lo fece arrivare (previ grossi sacrifici) per il giorno prima del compleanno, appena uscita dallo scritto italiano.

17 anni dopo, ritrovandomi nell’ostico ruolo di genitore, mi dico che fossi stata al posto di mio padre quel motorino non l’avrei preso per il semplice principio che se una cosa non si piò avere (e per di più non è nemmeno strettamente necessaria) la si lascia nella propria wishlist in attesa di tempi migliori o dell’età giusta per poterne usufruire.

Un po’ come l’iscrizione a Facebook.

Ancora novenne, il nano più grande (che ormai andrà alle medie ma per me nano lo sarà anche a 30 anni) ha iniziato a menarla con l’iscrizione al social network più famoso del mondo. Ovviamente all’inizio è arrivato un no secco successivamente permutato in un comodato d’uso degli account di padre e nonno (il nano infatti anelava solo a chattare con gli amichetti) per poi ritrovarmi, qualche mese più tardi, la sua richiesta d’amicizia: niente foto profilo, niente status/post e la data di nascita ante-datata di dieci anni.

Al che mi è salito il crimine: un bamino di neanche dieci anni su facebook no, ma per l’amor del cielo, non sai mai chi ci sia dietro gli account, già quelli che nella vita reale sembrano normali si rivelano degli psicolabili, poi basta rimbambirli con tutta sta tecnologia, mandiamoli a giocare al parco.. pensa solo a spiegargli la falsità di certi link, il concetto di post acchiappa-like, la privacy, i contenuti inappropriati o il cyber-bullismo, perché, dico, perché dobbiamo rovinare loro questo felice periodo di innocenza e purezza infantile???
Così, dopo aver accettato controvoglia la richiesta (non farlo avrebbe aggiunto polemiche ad altre polemiche preesistenti), ad un allegro e spensierato “ciao come va zia?” è seguita la secca domanda (che si, lo so, andava chiesto ai genitori ma sarebbero state polemiche su polemiche su altre polemiche) “Non ti pare di essere troppo piccolo per facebook?” .

A cui è inevitabilmente seguita l’ovvia risposta: “Ma ce l’hanno tutti i miei amici!”.

Touché.
Mi sono rivista 17 anni fa a rispondere la stessa, identica cosa a due adulti preoccupati e contrariati dal mettermi sotto al sedere un costoso mezzo di locomozione per di più per nulla sicuro. Peggio ancora, mi sono vista passare tra le fila del nemico, in mezzo ai “matusa” perennemente preoccupati di mille pericoli che la generazione successiva manco vede, a fare l’insopportabile adulta integerrima che ripete a oltranza “ci vuole disciplina”, “se gliela dai vinta una volta è finita”, “eccolo li, gli dai la mano e subito ti prende in braccio” e l’evergreen “Beh? Se tutti si buttano in un pozzo ti ci butti anche te?”. Facile, facilissimo fare i caporali a parole perché in questi casi la memoria fa sempre cilecca e ci si scorda quando eravamo noi a chiedere qualcosa di apparentemente inutile o inappropriato solo per poter potersi adeguare alla rassicurante massa e non restarne chiusi fuori.

Così, dopo questo deprimente trip mentale, ecco la conversione a progressista: ma si, ogni generazione ha le sue mode, i suoi divieti da infrangere e le sue libertà da conquistare, diamo fiducia a questi pargoli hi-tech che la rete in fin dei conti è una gran cosa.

Basta saperla utilizzare.

Tipo, la butto lì eh, controllare con una certa costanza l’account del proprio figlio per vedere a chi chiede l’amicizia o a chi la accetta… giusto per evitare di trovarsi taggato in status ambigui o in foto di culi in perizoma; buttare un occhio alla chat, vedere se scrive solo agli amichetti di classe come dice o se ci sono altre persone che lo contattano, chiedono foto o altre informazioni che un bimbo di dieci anni elargirebbe senza pensare, magari scorrere la sua bacheca onde evitare di trovare dei “parteciperò” a serate per scambisti o che finisca su giochi o siti a pagamento.

Per dire, i social potrebbero anche essere un’ottima occasione per sviluppare l’analisi critica del bambino, un po’ come faceva mio papà quando guardavamo il telegiornale a cena: ascoltando e commentando (in modo non sempre pacato) le notizie mi ha accompagnata nel mondo contorto e poco onesto in cui adesso mi muovo da sola.

Ma tutto ciò può avvenire SE e SOLO SE anche l’adulto possiede queste capacità critiche, che se il pargolo arriva dicendo “ho letto su facebook che i rettiliani sono tra noi” e il papà gli risponde “ommioddio, fammi controllare su informareXresistere cosa dicono” ecco, sorgono grandi problemi.. Come d’altronde non conoscere il concetto di privacy, viralità, non sapere che chiunque possa scaricare, copiare, screenshottare quanto pubblicate per poterlo utilizzare a proprio piacimento, ignorare l’esistenza di profili fake, virus e raggiri.

Non parliamo poi di quando arrivano a chiederti perché il pizzaiolo sotto casa pubblichi strane barzellette riguardanti ortaggi corredati da foto di culi e poppe.

Con questo non dico che sia meglio tenerli lontani da computer, smartphone o tablet perché, volenti o no, questo è l’attuale modo di comunicare (accostato al classico vis-à-vis, intendo) e chissà quanti ancora ne inventeranno negli anni a seguire. Chiuderli in un bunker con solo libri ed enciclopedie (si, ammetto che la cosa mi stuzzica se penso alle ore che spenderò a controllare ogni dispositivo tecnologico in possesso di mio figlio) vorrebbe dire anche isolarli dal resto del mondo, anzi, dal LORO mondo. Così, dato che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, nel momento in cui dotiamo i nostri bambini di un corredo tecnologico dobbiamo capire prima di tutto noi cosa gli stiamo mettendo tra le mani por poi seguirli passo a passo, finché non saranno in grado di farcela da soli..

Per poi, un giorno, darci dei rimbambiti perché non sapremo come impostare il teletrasporto sul nuovo iPhone23-super-turbo-galaxy.