Brava gente della Val D’Aosta.

Vorrei fare la figa e dirvi che non ho più scritto sul Blog perché sono una persona iperattiva, ricchissima d’impegni e con un’intensa vita mondana, come fanno molti miei contatti di FB che dichiarano: “ma no, io non ci perdo più di due minuti, giusto fare gli auguri agli amici e leggere cosa mi hanno scritto in bacheca..ho altro da fare io!” mentre poi stanno ore a scrutare post e foto altrui a chat spenta. 

Invece no. 

Ammetto serenamente che ho avuto un blocco dello scrittore (che già accostarmi al termine “scrittore” è vagamente blasfemo) e che è da un mese circa che ho una decina di post da finire e non ci riesco. Dev’essere l’estate e l’antica convinzione che da giugno a settembre non bisogna fare nulla, come quando andavamo a scuola.
Comunque.
In questo week end finalmente è capitato qualcosa di ispirante e raccontabile al web.
Lunedì sono stata con amici in Val D’Aosta. 
Principalmente per godere di un po’ di sana aria montana, ossigenare la testa e camminare un po’ in vista del viaggio di Settembre. In realtà il fine (decisamente meno nobile) era andare in un ristorante-pizzeria-messicano che fa porzioni generose e genuine (per intenderci, non che qualsiasi cosa affoghi per forza in formaggio fuso e peperoncino) passare una giornata all’insegna dello strafogamento concludendo poi con questa bellissima iniziativa dell’osservatorio astronomico di St. Barthélemy.
Partiamo quindi tranquilli e giungiamo davanti al ristorante, già felici per il fatto che sia aperto di lunedì. Poi la battuta: “pensa se a pranzo non fanno messicano“.
I primi due secondi ci abbiamo riso su, poi il dubbio s’è fatto strada e all’improvviso è diventato talmente atroce da chiedere rassicurazioni alla cameriera..
Che ci dice che no, a pranzo non si fa né messicano, né pizzeria, ma ristorante normale.
No problem, l’importante è mangiare in compagnia, anche la cucina valdostana provoca grandi soddisfazioni alle nostre papille gustative, quindi ci sediamo al tavolo; nel mentre vedo la cameriera confabulare con un’altra persona alle nostre spalle, captando più o meno il discorso “ah ah ah, sti pirla son venuti fin qua per mangiare messicano e non hanno letto che è solo per cena“. 
Poi si avvicina, coi menù in mano.
-La cuoca ha detto che possiamo fare un’eccezione e vi facciamo anche i piatti messicani-.

E comincio a pensare (in angolino recondito della mia testa) che dovrei avere più fiducia nel prossimo, o almeno nelle botte di culo.

La giornata passa spensierata, tra resti di castelli, prati verdi, fontanelle d’acqua e battute; non essendo un blog di seghe mentali vi risparmio la romanza su quanto situazioni di questo genere mi siano ultimamente mancate. Si fa sera e, previa scorpacciata di polenta, ci spariamo la visita al planetario (con spiegazioni non relative solo alle stelle cadenti, ma più ampie in modo da far capire un po’ a tutti cosa si andava a guardare a breve), l’osservazione all’aperto delle stelle cadenti con sottofondo musicale (grande gioia quando il chitarrista ci ha suonato Greensleves) e l’osservazione del cielo coi telescopi (una cosa che consiglio a tutti, anche a chi normalmente l’astronomia non se la fila molto). 
Le guide sono molto simpatiche ed esaustive, il cibo è stato ottimo e non ho avuto mal di stomaco, non ci siamo trovati (com’è capitato altre volte) cafoni/tabbozzi/snob-in-vacanza-tra-plebei ed io, contrariamente ai miei timori, non ho patito il freddo: semplicemente una giornata perfetta.
Dobbiamo più solo andare alla fontanella e prendere dell’acqua fresca di montagna da portarci giù nella palude vercellese, quindi accendiamo la macchina e passiamo dalla piazza dell’osservatorio a quella davanti al bar-ristorante (venti metri circa). 
La mia amica, dopo poco, arriva con le bottiglie piene, sale su, il proprietario della macchina si appresta ad accenderla e..
Nisba.
Riprova di nuovo: il motore risponde picche.
Porcapalettamaiala, penso, lo sapevo che era già tutto andato fin troppo bene e che qualcosa doveva capitare. Apriamo il cofano, chiediamo in giro se qualcuno ha dei morsetti (ipotizziamo sia la batteria a terra) e dopo un po’ troviamo il cameriere del bar dove abbiamo mangiato che porta vicino a noi il suo pick-up e prova a rianimare la macchina.
Passa un quarto d’ora ma niente, cominciano a sfogliare il libretto d’istruzioni nella macchina e tentano tutto ciò che un comune essere umano non meccanico è in grado di fare. Poi la resa: bisogna chiamare un carro attrezzi e scoprire come passare la notte.
Mentre cerchiamo di organizzarci sul da farsi il cameriere continua a dirci che ci trova lui una sistemazione. Eccerto, penso, magari nell’ostello che seppur avrà due posti ce li farà strapagare, o, peggio ancora, nell’altro hotel che chiederà chissà quanto, o in casa di amici che ci chiederanno l’affitto salato.. Ma non c’è altra scelta. Non ci resta che salire due sul suo pick-up e due in macchina di una delle guide, percorrere la strada che va in su e fermarci in una frazioncina, dove il ragazzo ci apre la porta della casa a fianco della sua scusandosi se la sistemazione non sarà delle migliori.
Gentilissimo, ci porta le coperte, attacca l’acqua e si accorda poi per riportarci giù a St. Barthélemy. Non vuole niente per il disturbo.
Ed io mi ritiro due schiaffi dicendo che dovrei avere più fiducia nella gente che incontro.
Il giorno dopo Io e Robi scendiamo in pullman per andare a Nùs dal meccanico, mentre i miei amici scenderanno con il carro attrezzi. I cellulari ovviamente sono scarichi e non ho google maps per orientarmi; mentre dal finestrino mi ripetono l’indirizzo ed il cognome del meccanico una signora anziana seduta di fianco a noi ci dice: “vi accompagno io, tanto devo andare in là”. Scendiamo, ci facciamo accompagnare per un pezzo poi ci dice dove proseguire. Nel mentre un altro signore, che arriva dietro di noi, capta la conversazione e, come ci avviamo, si avvicina dicendo che ci farà passare da un’altra parte, senza dover camminare lungo la statale. 
Si, dovrei smetterla di credere che tutti pensino ai cazzi propri e non abbiano voglia di perdere due minuti a piegarti una strada. Ribadisco: dovrei avere più fiducia nella razza umana.
Infine il meccanico apre, guarda e propone di avviarla a spinta, che se anche si appurasse che il problema è il motorino di avviamento i pezzi di ricambio non si troverebbero in questo periodo. L’importante, dice, è non spegnere il motore.
E no, non vuole nulla per il disturbo.
Va bene, penso, la vita sta cercando di dirmi che il mondo non è pieno di gente di merda, che sono una maledetta prevenuta sociopatica, che faccio di tutta l’erba un fascio (mamma mia che parola brutta, pensate che automaticamente m’è venuto da correggerlo in “faccio”) e che esistono ancora persone che fanno del bene in maniera disinteressata.
Oppure che dovrei andare più spesso in Val D’Aosta.
Precedente Quando sarai madre capirai. Successivo Paisanottitudine