Amateur photographer

Ultimamente l’abbassamento dei prezzi delle macchine-fotografiche-super-stra-fighe e delle relative ottiche ha dato un nuovo significato al termine “democrazia”. Ebbene si, da oggi non occorre più vendere un rene per seguire la propria passione, grazie ad un buon mercato dell’usato e ai saldi di qualche catena di negozi TUTTI possono stringere emozionati tra le loro manine (ansiose di scattare) macchine fotografiche che prima solo l’oligarchia dei fotografi professionisti poteva vantare.

Nulla di male, ci mancherebbe. Anche io, dopo un’esperienza lavorativa in uno studio fotografico, anelavo ad una reflex. Pensare che ne avevo già una in casa, vecchia di trent’anni, di mio padre.. un oggetto la cui esistenza mi sfiorava quanto la numismatica medioevale; eppure, dopo aver provato a fare qualche scatto, la fotografia iniziò a interessarmi e presto mi ritrovai con riviste specializzate alla ricerca di un buon usato. Dopo l’acquisto di una via di mezzo tra una compatta e una reflex e lo smaronamento perpetrato ai danni di amici e parenti con “ferma, ferma così che hai un’espressione bellissima.. eccheccappero, rimettiti com’eri, no, aspetta, non è a fuoco, un momento.. l’otturatore.. e mo’? Perché non scatta? Tu intanto rimani li dove sei…” mio marito mi regalò una Canon Eos 450d. Bellissima. Mi partì lo scatto compulsivo, ogni occasione era buona per fare un servizio fotografico amatoriale (al gatto soprattutto) e non c’era uscita alla quale mancasse il mio “fardello” da portare al collo, con tanto di accidenti per tutte le volte che credevo di aver perso il tappo dell’obiettivo. D’obbligo infine il fotoritocco con photoshop o lightroom e la pubblicazione su flickr e Facebook, con tanto di firma.

Vi siete riconosciuti in questo percorso? Bene, allora spero condividiate con me qualche riflessione riguardo il fantastico mondo della dagherrotipia.

Anzitutto c’è un’enorme ignoranza sui diritti d’immagine. Non è che perché una foto è online allora la posso prendere e usare per link depressi o come immagine per il mio blog/articolo/manifesto. C’è una legge sul copyright che probabilmente è tra le più ignorate (volutamente e non) che spiega cosa si può fare e cosa no, quindi, avendo io già subito lo scippo dell’immagine (di questo in fin dei conti trattasi), tendo a mettere non solo la mia firma in basso a destra, ma anche in trasparenza qua e là.. giusto che a se qualcuno venisse voglia di utilizzare delle mie foto (tutt’altro che professionali, oltretutto) che allora perda due ore di vita a cancellare il mio nome-cognome-mail.

Da qui sorge spontaneo passare al discorso delle firme. Siamo fotografi professionisti con partita iva? NO. Siamo dei geni incompresi i cui scatti tra vent’anni varranno milioni di euro? Ci piacerebbe tanto, ma NO. Siamo dei bravi fotografi? Forse. Bene, a fronte di queste risposte io direi di abbassare la cresta e levare quei “Photographer” (declinati in tutte le possibili versioni italierecce tipo “Fothograper”, “Fotografer”, “Photograper” e “Fhothoghrapher” che -vi assicuro- poco hanno di professionale), Ph. (che quando lo leggo dopo mi aspetto sempre un numerino a indicarmi l’acidità o la basicità del fotografo) e qualsiasi altra sigla che possa indurre a pensare che sia il vostro mestiere.
Anche perché conosco persone che, pure essendo degli amatori, fanno foto strafighe e non scrivono altro se non ©NomeCognome.

Ci sono momenti in cui, parlando con altri “amateur photographer” (si, anche questo è un modo di firmarsi che mi suscita perplessità), ho quasi l’impressione di essere al circolo della pesca sportiva, solo che in questo caso si parla di obiettivi e risoluzioni anziché di carpe. Ricorderò sempre il monito della mia tutor: “una risoluzione più alta significa più dettagli, più dettagli significano più particolari come rughe e poi, più rughe e pori sono più ore di fotoritocco”. Ecco perché la mia tutor e suo padre (fotografo pubblicitario pure lui) erano felici con una decina scarsa di megapixel. Ed erano professionisti. Voi avete tutto il diritto di obiettare: ma noi mica dobbiamo lavorare per la pubblicità. Sacrosanto, ma per l’ennesima foto pucciosa al gatto che dorme sul divano vi basta uno smartphone, che oltretutto vi caricherà immediatamente la foto su FB e vi permetterà di ottenere quello che in realtà volete: una valanga di pollici in su.

Se quando andavo all’università tutti, ma proprio tutti, al mercoledì sera andavano al corso di latino americano, ora tutti, ma proprio tutti, vanno al corso di fotografia. Che spesso viene abbandonato quando si inizia a parlare dei fondamentali, cioè di quelle cose che fanno bella la foto a prescindere da che siluro tecnologico si stringa tra le mani. Ecco quindi che tutti, ma proprio tutti, iniziano a parlarmi con gran sicumera di quali cose magnifiche possa fare photoshop (che so dal 2005, quando tutti, ma proprio tutti, ignoravano il fatto che le modelle saran pure strafighe, ma hanno pure loro pori e rughe) e  delle foto del National Geographic (che già compravo mentre tutti, ma proprio tutti, in edicola al massimo acquistavano Men’s Healt e Cosmopolian).

Altra cosa degna di nota sono i gruppi e i forum di fotografia, quasi tutti nati per amore della suddetta e pieni di gente che non vede l’ora di scann confrontarsi a suon di insul commenti acidi e critiche infantili costruttive. Tra una rissa foto e l’altra si possono imparare un mucchio di cose, tipo che se qualcuno mette un “mi piace” alla tua foto devi restituire il favore. Si, anche se fa pettare.

Infine, per favore favorissimo, se partite per una meta esotica e selvaggia con quattromila euro di attrezzatura millantandovi dell’incantevole flora e fauna che intendete andare a scovare seguendo percorsi che manco Bear Grylls, non postate poi 200 selfie con gli outfit da avventura. Se no giuro che vengo a rubarvi tutto, dal corpo macchina al cavalletto.

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