A volte ritornano

Ho realizzato che odio Whatsapp.

Lo odio per un mucchio di cose: per le chat di gruppo (quelle da più di 5 partecipanti in primis), le gif glitterate che solo gli over 50 si ostinano a mandarmi, le catene, le preghiere a santi e beati sotto le feste (che forse forse avrebbe senso fare in chiesa, posto che gli autori ci vadano, poi…), per i messaggi vocali imbarazzanti senza l’avviso “ascolta a volume basso che sto a raccontarti na’ porcata che Cicciolina e Moana ai mondiali levate”.

E poi per quelli che a volte ritornano.

Che per la carità, quelli lì ci sono sempre stati, anche prima dell’avvento della tecnologia. Solo che adesso non solo “a volte” ritornano, fate pure “con una certa frequenza e con una certa facilità.

A volte ritornano, dicevo.

E non mi riferisco assolutamente agli ex: quelli, per me, non sono nemmeno contemplati, finiscono direttamente in un girone apposito al termine della relazione e da lì non c’è più via di fuga.

Quelli che a volte ritornano sono persone che ci hanno accompagnati per un pezzo di vita e poi boh, han deciso di trasformare una normale relazione tra esseri umani consenzienti in un’epopea di fastidio, scazzo e disagio prima di sparire nel nulla.

 

Per dire, ci sono persone con cui sono stata molto amica, condiviso momenti importanti e sulle cui spalle ho pianto litri e litri di lacrime.

Poi, passati i trenta (e quindi smontata quell’utopica concezione di amicizia tipica di chi si fa troppe serie TV), gli studi, il lavoro, l’amore e tanti, tantissimi scazzi han fatto si che le vedessi sempre meno.

Una prova sono le interminabili chat di “sabato ci saresti per un caffè?”, “si ma ti confermo venerdì sera che oggi il Nano sta producendo colate di moccio verdognolo” oppure “giovedì sera bevutina senza fare tardi?”,”mi spiace, non ho dormito un cazzo ieri per la cervicale” e via dicendo, che ti portano a rinviare un appuntamento anche di mesi.

Ma non è che per questo ci si voglia meno bene, eh.

Io, Wenda e Giugi, per esempio, siamo in grado di vederci insieme due volte all’anno, non di più.

Ma siamo anche in grado di passare sette ore a parlare ignorando le corde vocali che chiedono pietà e la prosciugazione della lingua. Certo che vorrei vederle più spesso, ma ognuna ha la sua vita fatta di lavoro, bollette, attività che ogni persona adulta ha da affrontare.

Nessuna chiede all’altra di mollare immediatamente tutto per un mojito davanti alla statua di Camillone nostro (Cavour, il cui monumento domina l’omonima piazza nel centro storico di Vercelli)  ma ci vogliamo bene ed è questo che conta.

Quelli che a volte ritornano, invece, se ne sono semplicemente andati.

D’un tratto, all’improvviso… Puf! Come per magia.

Non hanno risposto ai messaggi per il tuo compleanno, la tua festa di laurea o all’invito del tuo matrimonio per poi dirti però, in un giorno in cui vi siete incrociati dal tabaccaio, “dai, becchiamoci che è un sacco che non ci si vede“.

Che un po’ vorresti ammazzarli ma un po’ vuoi loro ancora bene e così dici di si, volentieri, per pentirtene esattamente dieci secondi dopo: “e ma domani lavoro e poi palestra, dopodomani circolo delle figlie di Maria e caffè letterario –oh, dovresti venire anche a te che leggi un sacco– il giorno dopo magari ma ho la ceretta e non so quando finisco…” così, già sapendo che i rapporti si interromperanno di nuovo fino al prossimo incontro casuale, chiudi con “va bene, fammi sapere tu allora“.

Cosa che non capiterà mai.

Così cadi in un tipico circolo di chi è vittima degli a-volte-ritornano .

Cominci col momento auto-accusativo (ho sicuramente sbagliato qualcosa), passi per il momento dell’incazzatura feroce (la tirassero sotto col tram) fino alla pace interiore (momento in cui realizzi che non te ne frega più una mazza).

A volte ci vogliono mesi, altri anni, ma prima o poi capita: quella persona ormai non centra più con te, che ci sia o meno non ti fa alcun effetto, anzi, con lucidità ripensi a quanto ha preteso dalla tua pazienza (dal sopportare il suo ragazzo drogato di calcio alle serate nei cinema d’essai a vedere film incomprensibili ai più) per poi dimostrare che no, di te non gliene poteva fregare di meno.

Ma se si chiamano a-volte-ritornano un motivo c’è.

E qui torniamo all’incipit: odio whatsapp.

Lo odio perché automaticamente permette ai contatti della mia rubrica di vedere che ce l’ho e fa comparire la sua iconcina verde di fianco al mio numero.

Lo odio perché permette l’uso smodato di messaggi gratuiti.

Lo odio perché, in virtù del punto precedente, quando ho un’intervista o un concerto degli Oslavia inoltro messaggi a tutti i miei contatti, conscia del fatto che quasi tutti leggeranno, mi malediranno e al massimo, se proprio c’è un buon rapporto, mi chiederanno notizie su Nano, Marito e vita in generale.

Ma non quelli che a-volte-ritornano.

E proprio in una di quelle sterili chat di convenienza, composte solo da auguri di Natale, Pasqua e due domande in croce sulla salute dei figli che, inaspettatamente, compaiono altri messaggi.

Quella che sta ritornando ha preso le distanze da me ormai anni e anni fa, dicendomi che si, sarebbe venuta al mio compleanno ma che mi avrebbe fatto sapere; che si, ci teneva a venire alla mia festa di laurea ma poi boh, non ricordo perché non pervenne alcuna risposta; che potevo anche saltare qualche impegno musicale per partecipare al meeting della diocesi (sai, siamo sempre in pochi); che si, sarebbe potuta venire al mio matrimonio ma sai, c’erano le valigie del marito da fare, che partiva l’indomani e allora sai, tutto il giorno via e ste’ valigie non si fanno da sole (oh, lo so da tre mesi ma te lo dico adesso a una settimana dal fatidico evento)…

Ed io le ho prese definitivamente quando passai un’ora a casa sua a sentirmi dire che basta fare viaggi, i trenta sono vicini e bisogna figliare.

Comunque, tra un “come sta tizia” e un “come va” è partita la proposta: vediamoci. Messaggi di idee funamboliche (perché, se anche avessi voluto, io ce l’ho davvero dura a gestirmi le 48 ore di weekend tra bambino, parenti e attività programmate da mesi) tra buoni propositi di andare a trovare tizia, sentire caia, insomma, vederci…

…che mi mancate.

Perché gli a-volte-ritornano son così.

Se ne sono andati nel silenzio e, sempre nel silenzio, ricompaiono pensando che tu, nel mentre che loro tagliavano i ponti e rimpallavano di anno in anno un semplice caffè o l’invio di semplici messaggi tipo “ciao, come stai?” nell’epoca degli smartphone e di internet illimitato, sia stata li, buona buona, ad aspettarli.

Che poi quattro chiacchiere, anche se di convenienze, non le nego a nessuno, sia chiaro.

Prendiamocelo pure questo the, caffè, birretta che sia… ma non chiedermi di più.

Non chiedermi di rivivere un film finito quindici, sedici anni fa, non chiedermi di rivivere con gioia ed entusiasmo i ricordi dei pomeriggi assieme, di quando organizzavamo cose, passeggiavamo accompagnandoci a casa la sera, non chiedermi di rispolverare questa amicizia, non chiedermi di recuperare l’entusiasmo, non sperare che ti confidi chissà cosa e non pretendere, soprattutto, di aprirti con me e inondarmi di tutti gli scazzi che ti stai portando dietro…

perché l’amicizia è come un fiore: se non te ne prendi cura appassisce.

Ma tanto che lo scrivo a fare… ti risponderò dicendoti che aspetto che tu mi dica un giorno in cui ci sei e rimanderemo tutto a Natale 2019 😉

A volte ritornano

 

 

 

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