8 Marzo

“L’avevo detto a mia sorella: quello con cui si era sposata era un poco di buono, un balordo”.
Il tono, su quest’ultimo termine, si fa sprezzante. Lei è una donna di una certa età, non usa quei termini volgari che riempiono le bocche delle giovani d’oggi.. tutta via la sua voce rende l’idea più di come saprebbe farlo l’ultimo degli scaricatori di porto.
“Tutti sapevano che durante la guerra era stato arrestato, per via di quella pistola..” segue il racconto che non sono mai riuscita a tradurre da quel particolare mix di veneto e piemontese, spesso interrotto da innumerevoli parentesi che dovevano farmi capire quanto suo cognato fosse stato meschino; “ma tant’è.. si sono sposati.. e quanto ha patito, oh se ha patito!”.

È il dopoguerra, lei e la sua famiglia lavorano presso una cascina come mondine. Sua madre non c’è già più, è morta di aneurisma celebrale quando lei aveva solo diciotto anni e non ha fatto in tempo a dirle nulla né sugli uomini, né su come vanno le cose tra sposi. Fa quasi ridere se penso che io ho imparato di tutto e di più dai giornali per le adolescenti e ho appositamente evitato l’argomento coi miei.

Comunque.
Sono persone povere, arrivate dal veneto su indicazione di un parente che già lavorava tra le risaie; sulla fiducia lasciano la baracca/casa lungo il delta del Po (una zona che nemmeno un anno dopo la loro partenza verrà distrutta completamente dall’alluvione) e da allora girano di cascina in cascina a seconda di chi li assume.
E la vita in mezzo ai campi non è certo quella delle visioni bucoliche dei poeti di città.
Si lavora in qualsiasi condizione climatica e di salute, i bambini lasciano la scuola o non la frequentano per nulla, spesso si arriva in città (che sia per svago o necessità) a piedi, si continua a zappare la terra finché il corpo regge per far vedere al padrone che ci si merita la paga e l’impiego per l’anno successivo; è proprio per questo che, levati i piedi dall’acqua putrida delle risaie, le donne vanno a chiedere in casa se c’è bisogno che si lavino le lenzuola, si rassetti la cucina o di sistemare qualsiasi altra faccenda. Lo si fa finché si è giovani e la schiena lo permette. E di persone che hanno bisogno di mangiare, ce ne sono parecchie.

Così, per qualcuna riesce a strappare una lira in più o anche solo delle derrate alimentari, ce n’è un’altra che rimane a secco.
E quando rimani a secco, sai che sarà un piatto in meno a cena.
E un piatto in meno, anche solo una patata… in quel dopoguerra da affrontare in mezzo alla povertà, all’ignoranza e alla disperazione, porta alla meschinità.

“Che fosse un balordo lo sapevano tutti”. Continua a raccontare, gli occhi persi nei ricordi di quel giorno. “Così, quella signora… quella lì… beh, devo proprio dire le cose come stanno, quindi mi dispiace ma devo dirlo: quella lugeta…”. Su quel termine, che tradotto è un blando incrocio tra “zoccoletta” e “stronza”, si sofferma di nuovo col il tono sprezzante di prima, misto al timore di far sentire alle mie orecchie una parola tanto forte. Roba che sembra uscita dalla bocca di una lady britannica, ma che resa in termini moderni supera di gran lunga laida, cagna, troia, maledetta puttana e schifosa bastarda. 
“…Quella lì un giorno andò da mio cognato e le disse che mia sorella se la faceva col padrone di casa.. così, per cattiveria… E lui andò da lei, la prese a botte e la fece rotolare giù dalle scale… era incinta di otto mesi, era il loro primo figlio”.
Mi rassicura: il bambino è poi nato sano, i lividi ed i dolori sono passati, per poi tornare in altri momenti, perché era proprio un balordo di quelli… “Ma tant’è.. sono insieme ancora adesso.. e l’è sempi an meschin…“.

E questa era una delle tante storie che si ripetevano tra i cortili e le piccole stanze delle cascine, nelle case senza acqua e luce dei paesini di campagna, nei quartieri delle città: donne picchiate, umiliate, adibite al focolare domestico e a sfornare figli, donne… solo e semplicemente donne.
Spesso ho chiesto se con il passare degli anni ed il progressivo cambio del panorama sociale si siano resa conto dei diritti che erano stati loro negati, se mai hanno capito quanto gravi fossero quelle mancanze di rispetto.

Erano altri tempi, bambina mia…” Mi risponde. E posso pensare che si, l’ignoranza e la povertà possono creare storie terribili di violenze domestiche, sopraffazioni, stupri e tante cose che ad oggi ci sembrano inaccettabili. E, sottolineo, sembrano.
Di storie come queste ne ho sentite tante, ne parlavano le anziane quando si sedevano lungo la strada a lavorare a maglia, o tra una messa in piega ed una permanente.. storie terribili che si raccontano come lontane quasi come aneddoti, giustificate sempre da quel erano altri tempi. Per questo spesso tra sesso coniugale e stupro non vi era alcuna differenza, anzi, come si può sapere cos’è uno stupro se quando lo si subisce non si ha nemmeno idea di cosa sia il sesso e di come nascano i bambini? Come si fa a capire quanto siano gravi le sopraffazioni se è normale che sia la donna a occuparsi della casa mentre l’uomo è libero di gozzovigliare al bar e poi andare al casino a sfogare i suoi appetiti? Come si fa a sapere quanto fa male la mancanza d’amore quando il matrimonio è semplicemente un contratto per evitare che si rimanga zitelle, cioè senza un marito che le mantenga? Chissà quelle pelli raggrinzite dagli anni cos’hanno subito, chissà quegli occhi stanchi cos’hanno visto e quelle orecchie che funzionano sempre meno cos’hanno udito?

Chissà che effetto fa rendersi conto che ciò che un tempo era accettabile ora è un reato penale?

Son certa che aldilà di quel erano altri tempi non avrò risposte. E probabilmente non è nemmeno utile cercare di sottolineare quante cose fossero sbagliate nel passato. Possiamo, anzi, dobbiamo guardare al presente, dove ormai tutte sappiamo cos’è la violenza domestica MA abbiamo ancora donne che vengono uccide da partner gelosi, abbiamo ancora donne pagate meno rispetto agli uomini, non assunte perché hanno figli o alle quali, durante i colloqui di lavoro, viene chiesto con finto disinteresse (cosa successa anche a me, a ventitré anni, dal proprietario di una piccola casa editrice di Vercelli) se ne vogliono avere. Abbiamo ancora l’omertà, non sappiamo ancora chiedere alla nostra vicina il perché dell’occhio nero però siamo capacissime di andare dalla parrucchiera a spettegolare, perché noi siamo perfette, abbiamo il nostro maritino bravo, se quella s’è messa con un disgraziato ubriacone che paghi le conseguenze.

E così andrà avanti, amiche, perché abbiamo bruciato i reggiseni in piazza, dichiarato che l’utero è nostro e ce lo gestiamo noi, ottenuto leggi, proposto quote rosa (ma com’è possibile che dobbiamo farci tutelare come le specie animali in via d’estinzione quando basterebbe della sana meritocrazia? Ma serve una legge per un concetto così lapalissiano?)… possiamo arrivare a far approvare qualsiasi norma a nostro favore, lo facciamo da anni.

MA son sicura che anche io, ai miei nipoti, continuerò a raccontare storie di donne come questa appena scritta.

Buon 8 Marzo a tutte.

8 marzo

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