Valérie

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Comparve una sera di tanti anni fa, mentre stavo per chiudere il negozio, a Parigi. Un cliente trafelato, non alto , corpulento, con pochi capelli. Maneggiava un grosso sigaro quasi spento. Voleva un abbondante mazzo di rose rosse. Sorrideva con tutto il viso, aveva gesti sicuri e gentili. “Metta solo rose speciali”, mi  disse con tono divertito mentre raggruppavo i fiori. Mi colpì il modo in cui lo disse. Parlava  francese con un curioso accento italiano che cercava di nascondere, rendendolo ancora più interessante. Io ero molto giovane e molto curiosa.

Dopo quel primo acquisto tornò diverse volte nel mio negozio, sempre per comprare esagerati bouquet per chissà quale fidanzata. Un giorno, uscito dal negozio,  lo seguii con lo sguardo e lo vidi buttare in un cestino il mazzo di fiori appena comprato, prima di salire in una macchina sportiva e allontanarsi. Capii che veniva per me.

Iniziammo a frequentarci. Mi riempiva di parole, sorrisi ed attenzioni. Aveva un fascino magnetico, uno sguardo affilato che mi metteva a disagio e allo stesso tempo mi seduceva. Disse di chiamarsi Nicolas e di avere una piccola attività di commercio di carni. Uscimmo qualche volta e una sera mi portò a ballare. Nonostante la corporatura per nulla asciutta, si muoveva con grazia e perfettamente a tempo. Era un ballerino eccezionale. Mi fece roteare al ritmo di musica per tutta la notte, con delicatezza e con forza a un tempo. Alla fine, ubriaca di danze e di risate, mi ritrovai tra le sue braccia.

Iniziò una storia d’amore tra le più belle che io potessi mai sperare di vivere. Facevamo l’amore con energia e senza risparmiarci, in ogni anfratto appena praticabile. Il suo modo di prendermi era spesso rude, eppure non potevo fare a meno di desiderare che il suo tocco fosse ancora più severo. Mai nessuno mi aveva fatto sentire così.

Dopo poco ci fidanzammo e, naturalmente, i miei genitori non ne furono affatto felici. Per me non desideravano certo quest’uomo non bello, non colto, dalla professione non troppo raffinata e dal cognome italiano. Naturalmente io li ignorai, era il 1968 ed era normale sfidare l’autorità. Qualunque autorità. Parigi era una pentola a pressione pronta ad esplodere, in quel periodo, e la nostra storia non era che un’appendice leggera di una cronaca per altri versi infuocata.

Chiusi il negozio e smisi di lavorare. Ci sposammo in una chiesetta fuori città, in un bel giorno di primavera. Fu la prima volta che vidi i suoi amici. Alcuni di loro erano italiani che parlavano a stento il francese e giravano con grandi occhiali scuri. Altri erano algerini, molto cerimoniosi. Poi c’erano le amiche, un paio di ragazze biondissime e una bruna sportiva che abbracciava Nicolas con una intimità che lì per lì mi parve fraterna. E infine Xavier, che presto avrei conosciuto molto bene. Era il suo migliore amico, così mi disse. Giovane, alto, con gli occhi grigi sempre in movimento, non sembrava proprio il tipo che poteva essere amico di Nicolas.

Forse quel giorno avrei dovuto accorgermi di qualcosa, ma trascorse ancora del tempo prima che realizzassi che la carne in cui commerciava Nicolas non era quella di animali d’allevamento destinata a finire in pentola, ma quella di giovani donne dedite alla prostituzione. Peraltro, quella era solo una parte dei suoi affari, che si estendevano anche allo spaccio di droga e al traffico d’armi. Xavier era una via di mezzo tra una guardia del corpo e un consigliere, un uomo di fiducia di Nicolas cui erano delegate la protezione del capo e alcuni affari particolari.

Fui messa davanti ai fatti quando la polizia venne a casa nostra per una perquisizione. Nicolas non c’era, casualmente era in Costa Azzurra per certi affari. La polizia cercava qualsiasi cosa potesse collegarlo all’omicidio di uno spacciatore avvenuto pochi giorni prima alla periferia di Parigi. Ma Nicolas era troppo furbo per lasciare tracce. E per farsi trovare in casa dalla polizia.

Rimasi di sasso. Lessi il mandato di perquisizione più e più volte, seduta in cucina con le mani tremanti, mandando a memoria le imputazioni che venivano mosse a mio marito. Nicolas mi aveva mentito, era un gangster e io la sua donna. Capii in un istante il perché di certe assenze, di certe telefonate, di certi orari. E avvertii di nuovo quel profumo non maschile che emanava a volte la sua giacca.

Mi sentii sudicia. Non attesi il suo ritorno e, quando la polizia se ne fu andata, chiesi a Xavier di portarmi dai miei genitori, dove rimasi per qualche tempo mentre avviavo le pratiche per il divorzio. Tuttavia, gli sguardi di compatimento di mia madre erano una punizione troppo severa perché potessi sopportarla a lungo, per cui, con Nicolas ancora latitante, mi trasferii in un piccolo appartamento in Rue d’Alleray e trovai lavoro come commessa.

Seppi degli affari sporchi di Nicolas molto più di quanto avrei voluto, fino a scoprire che si trattava di uno dei criminali più ricercati di tutta la Francia. Dopo i lunghi interrogatori cui fui sottoposta dalla polizia, che mi lasciavano svuotata e ferita, ero ormai decisa a dimenticarlo e a ricominciare.

Passarono circa otto mesi e un giorno, come se nulla fosse, Nicolas si presentò alla mia porta. Mi disse che gli dispiaceva tanto, ma che se avessi saputo la verità non l’avrei sposato. E lui mi amava. Disse che mi capiva, capiva il divorzio perché era stato bugiardo e mi aveva tradita. Però mi chiese di fare uno sforzo e di pensare se davvero volevo stare senza di lui. Mi propose di vederci ogni tanto, di passare del tempo assieme e, magari, chissà, di fare l’amore ogni tanto.

Ero sdegnata, turbata e offesa dal fatto che lui credesse che io potessi accettare una simile proposta. Lo cacciai fuori da casa mia e piansi per giorni.

Ma dopo qualche settimana, in forza di quale malsano istinto non so, chiamai Xavier e gli chiesi se sapeva dove trovare Nicolas. Ci vedemmo in un anonimo caffè, un territorio neutrale che avevo scelto con cura, frequentato ma non troppo. Parlammo solo, quella prima volta. Poi altri incontri seguirono. Sino a che, in breve, facemmo quello che lui aveva chiesto di fare. Ogni tanto ci vedevamo e facevamo l’amore. Sapevo bene che Nicolas aveva altre donne, e legalmente io ero ancora sua moglie. Ero eccitata e a un tempo scandalizzata da me stessa per la situazione che avevo accettato di vivere. Nicolas mi aveva legata a sé con una catena difficile da spezzare. Vi era una sorta di incantesimo su di me, una forza che mi esortava ogni volta a cedere al suo corpo che premeva sul mio, al suo sguardo che mi reclamava. Per quanto mi vergognassi di me stessa, provavo al contempo una sorta di orgoglio nell’essere la donna di un criminale. Mi capitava, a volte, di posare lo sguardo su qualche poliziotto che passeggiava per le strade di Parigi e di avere la tentazione di raccontare tutto, per farlo arrestare. Poi però sentivo nel profondo una sorta di atroce ammirazione per Nicolas e la sua capacità di tenere in scacco l’intera polizia francese.

Era bizzarro pensare che Nicolas fosse ricercato in tutta la nazione, mentre conduceva una vita in fondo regolare a Parigi, governando i suoi affari da un luogo sicuro poco distante dal centro della città.

Le cose andarono avanti così per due anni. Sino a che, un giorno, notai Xavier che stazionava in macchina sotto casa mia. Lo invitai a salire e mi spiegò che Nicolas gli aveva chiesto di tenermi d’occhio, per proteggermi. Mi parlò della sua passione per le auto e di molte altre cose. Facemmo tardi, sempre chiacchierando. Poi successe l’impensabile. Ci baciammo e a un bacio seguì un altro, sino a che, ubriachi di desiderio, finimmo a letto.

Non fu l’ultima volta. Si instaurò un triangolo amoroso del quale io ero il vertice. Non avevo più freni e mi sembrava la situazione ideale. Nicolas mi dava la passione e la sicurezza, Xavier la leggerezza e la dolcezza. Volevo tutto e tutto avevo. Niente mi bastava, volevo ancora tutto da tutti e due. Quel po’ di amor proprio che mi era rimasto era sepolto, sopraffatto da una forza alla quale non sapevo resistere e che mi tirava da un lato per poi spingermi di nuovo dall’altro.

Poi, una domenica di settembre, Nicolas ci sorprese. Non disse nulla. Uscì, attese Xavier in strada e, appena lo vide, lo freddò con due colpi di pistola. Dopo il fatto non fuggì. Si sedette sul marciapiedi vicino al cadavere dell’amico, fumando il sigaro in attesa dell’arrivo della polizia.

Non lo vidi mai più, seppi che era stato condannato a una pena durissima.

Cambiai il mio nome di battesimo e presi il cognome di mia madre. Lasciai la Francia e trovai lavoro come traduttrice in Italia. Sposai un imprenditore di Bologna, il quale aveva comprato una bellissima villa a Ravello, di fronte al mare.

Da questa terrazza, oggi, dopo quarant’anni, tra il barbaglio del sole sull’acqua e la nebbia del ricordo, le cose non sembrano più tanto vere. Né tanto definitive. I sogni a volte sono così, si mescolano alla memoria. Eppure, davvero, io fui, a Parigi, tanti anni fa, la moglie del boss.

                                                                                                                                                                                                                                                 La coscienza è la voce dell’anima e le passioni sono la voce del corpo

(Jean Jacques Rousseau)

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