Romina

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La mia adolescenza era passata non indenne da qualche scossone. La separazione dei miei genitori aveva sancito per noi equilibri nuovi e inaspettati, non più stretti intorno al rassicurante tavolo dei pranzi familiari, accartocciandoci in relazioni simbiotiche. Io e mia madre, una sola cosa.
Quando avevo 23 anni però, quando avevamo ormai imparato a ricostruire nuovi scenari domestici e a muoverci in bilico su nuovi insospettabili equilibri, stracci di nubi nere si addensarono sulle nostre vite perplesse e smarrite. Mia madre, con la quale avevo condiviso tutto da quando eravamo rimaste sole, in simbiosi l’una per l’altra, sempre, MIA MADRE, si ammala di cancro.
La seguo con tutto l’amore che posso, la sostengo e la curo, sbattuta da una visita all’altra, da un dottore all’altro, confusa e stordita dalle loro truci parole. Mi rimbalzo fra implacabili camici bianchi come bianco è il mio cuore, svuotato e senza colori. Cerco a fatica di mostrarle il mio sorriso affinché lei trovi la forza di aggrapparsi ad esso e combattere quel male oscuro che se la stava portando via.
Ma a soli 49 anni la vedo spegnersi fra le mie braccia, impotenti, flaccide, incapaci di trattenerla accanto a me.
Avevo ancora bisogno di te. Stavo diventando una donna e mi occorreva il tuo aiuto, reclamavo i tuoi consigli, le tue sgridate, la tua saggezza. L’accogliente intimità domestica di cui eri il perno smembrata, dilaniata. Niente sarebbe più stato come prima. La realtà assumeva con la tua assenza dei contorni oscuri e sgraditi.
Non è vero che se si perde qualcuno a causa di una malattia, si arriva alla
sua morte preparati. Il mio dolore è intonso, implacabile.

Sono sola.
Le giornate si susseguono uguali, alla ricerca spasmodica di nuovi sensi, di obiettivi cui aggrapparsi per andare avanti, per non cedere, assecondando il dolore, sempre vivo, cocente.
I miei amori si affacciano sul baratro e guardano sotto il precipizio nero della spoliazione. Incomprensioni. Come spiegare il magma che mi scorre dentro?
Non riesco più  a sentire la vita, la ricerco, la agogno, ma non la sento.
Eppure talvolta nel ballo riesco a risentire per qualche istante il battito del cuore che si era interrotto quel giorno, quando avevo dovuto lasciarla andare via da me, ingiustamente.
La danza riesce alle volte a ridipingere con colori vivaci il mio mondo ormai in bianco e nero. Un angolo di paradiso, tutto mio.
Avevo iniziato a 5 anni con danza classica e ginnastica artistica e, senza mai smettere, ero passata per la moderna, il jazz, la danza del ventre, i balli di coppia: liscio, boogie woogie e caraibici, la mia indiscussa passione.
Quando sono felice ho bisogno di ballare per esprimere la gioia che mi rugge dentro, quando sono nel buio la danza riporta la luce nelle stanze oscure e vuote della mia anima. Le note della musica mi portano lontano dal dolore, dove non c’è posto per nessuno. Una dimensione in cui non esistono malattie e distacchi, né incomprensioni e fatiche di vivere. Solo io e la musica.
Ed è proprio su una pista da ballo che una sera mi imbatto nei suoi occhi. Mi invita dolcemente a ballare porgendomi la mano. Sento la stretta del suo corpo caldo contro il mio, mi abbandono leggera lasciandomi guidare. Ad occhi chiusi. Quella sera sono una stella di fuoco danzante.
Lui è pluricampione italiano di boogie e rock acrobatico. Fra noi è subito fuoco incendiato dai passi di danza, scandito dalle note della musica.
E a passi di danza leggeri ci avviamo a progettare una vita insieme, una casa, una famiglia.
Nascono tre figli, tre maschi che riempiono ben presto di grida e di gioia la nostra casa.
Ma le nuvole non tardano a stendersi ancora sul mio cielo azzurro.
Con tre figli, il lavoro lontano da casa rende difficile la gestione della famiglia, devo licenziarmi. Intanto l’amore non basta a tenere in piedi i pezzi della mia famiglia e della mia vita, che si sgretolano inesorabilmente. Mi separo dal mio compagno di ballo e di vita, come era successo ai miei genitori, tanti anni prima, e mi ritrova di nuovo sola, questa volta con tre figli da crescere. Ben presto realizzo che l’assegno divorzile non basta e non ho più un lavoro.
Cosa fare per continuare a dare ai miei figli ciò di cui hanno bisogno per vivere? Sono ancora piccoli e la strada per crescerli è tutta in salita.
Devo trovare la forza per non perdermi d’animo. Devo farcela.
Ritrovo in un cassetto il mio diploma di maestra d’asilo e decido di mettermi in proprio senza avere però un capitale iniziale. La sorte vuole che un nido non lontano da casa mia sia in vendita. Facendo ricorso a tutto il mio coraggio propongo di rilevarlo e ripagarlo a rate con le stesse entrate garantite dalle iscrizioni. Una grande scommessa. Certo i primi tempi saranno duri, tanto lavoro e pochissimi guadagni, ma non mi scoraggio. È tale l’entusiasmo profuso in questo progetto che le iscrizioni in breve tempo crescono, garantendo non solo qualche iniziale introito, ma arrivando al punto di creare un marchio e una rete franchising.
Oggi sono una donna realizzata, amo il mio lavoro, mi godo i figli che crescono e quando posso vado ancora a ballare. Nelle serate di libertà dagli impegni familiari puoi incontrarmi a bordo pista, o volteggiare leggera in una sala da ballo, libera come l’aria.
La forza della vita ha strapazzato le nubi dal mio orizzonte.

La Danza è il linguaggio nascosto dell’anima” di M. Graham

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3 commenti su “Romina

  1. Elena il said:

    Cara Romina,
    Ho avuto una vita densissima di molto e vuota di altro. E,per una sua porzione,
    povera di musica.
    Scoperta in una delle mie tante rinascite ha avuto,ed ha,il potere di prendermi per mano e farmi volare.
    Sorrido perché questa tua testimonianza arriva come un segno: proprio ieri sera
    ho deciso di tentare il ballo…perché mi accompagni in questa nuova fase della mia vita che si sta affacciando dopo l’ennesima bufera.
    sarò un disastro in pista ma chiudero’gli occhi in questo nuovo decollo.

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